I numeri della sconfitta di Hillary

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La candidata democratica perde consensi in alcuni bacini storici della sinistra statunitense: giovani, minoranze e donne

Lunga notte, due ore di sonno e sentirsi come col jetlag – non sai se sei sveglio o meno – e ti sembra un brutto sogno. O meglio, vuoi che lo sia. Non ne ero convinto al 100%, ma pensavo da mesi che Trump avrebbe vinto. Durante la Convenzione Democratica della scorsa estate, ne avevo parlato col Sindaco di New York e il suo stretto entourage. Lo stesso mi è capitato di fare con un paio di dirigenti della Campagna di Clinton. “In Italia ed Europa l’abbiamo già visto”, dicevo. In tempi non sospetti, un libro mi aveva aperto gli occhi: Europa Anno Zero di Eva Giovannini, che ho presentato a New York lo scorso marzo. Avvertimmo gli amici americani che il populismo e il nazionalismo crescenti in Europa, un po’ irrazionali e un bel po’ fondati su una forte crisi d’insicurezza sociale, precariato e posti di lavoro andati in fumo, avevano le stesse radici del successo di Trump.

Bene, negli Stai Uniti è successo qualcosa di molto simile. La Clinton, come da copione, ha vinto nelle due coste, a parte quelle situate nel Sud, caratterizzate da grande diversità, grazie una storica presenza di neri, “marroni” e asiatici e con poca disoccupazione, un’economia in crescita e ormai convertitasi dall’industria ai settori della conoscenza da due generazioni. Sono invece gli stati interni del Midwest e parte del west, alcuni dei quali bianchissimi fino a pochi anni fa (tranne le grandi aree urbane), che hanno dato la vera botta alla Clinton. Si tratta di stati con vaste zone rurali e una grande presenza di zone deindustrializzate e a volte devastate dalla globalizzazione. E’ qui, fra l’archeologia industriale e masse di ex colletti blu che si è principalmente consumata la sconfitta.

Parliamo in particolare di Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Iowa, Ohio, la cosiddetta Rust Belt (la fascia della grande industria pesante e meccanica ndr), stati con un solido e tradizionale voto democratico, dati per scontati. Martedì, ancora fino a tarda sera, al Javits Center (il luogo di quella che doveva essere la festa di Hillary), quando già qualcuno andava via in lacrime e giravano sorridenti Podesta e Jennifer Granholm (la ex Governatrice del Michigan, capo dell’eventuale Transition Team che era li ad attendere la festa invece di far campagna nel suo stato) mi sentivo dire da insider vari di non preoccuparmi: questi stati sarebbero andati alla Clinton come succede da 30 anni. Il paradosso è che ad averle inferto il mortale sono stati proprio quei fedeli elettori democratici che i Clinton, Bill in particolare, conoscevano molto bene e che per anni hanno costituito lo zoccolo duro della loro base.

Teniamo presente però che la Clinton vince il popular vote, cioè prende più voti di Trump a livello nazionale. Quindi non è vero che fosse un candidato così debole come si è detto. Per i Democratici è la quinta volta su sei, e la seconda in cui perdono le elezioni grazie al Collegio Elettorale, un meccanismo creato dai padri fondatori proprio per evitare il populismo (Basta leggere Hamilton, SIC!). Che cosa vuol dire? Il paese, negli ultimi 20 anni, è molto cambiato. In alcune zone, i bianchi di origine europea sono ormai meno del 50%, per esempio a New York City. I giovani, soprattutto i millennial, sono sempre meno religiosi, molto più tolleranti nei costumi e nei valori, e poco patriottici. Il mix demografico, cioè, favorisce i Democratici, soprattutto a scapito di quello che è stato fino a Trump il Partito Repubblicano.

La Clinton però, pur vincendo fra i giovani, le minoranze e le donne non è riuscita “produrre” abbastanza fra i vari gruppi socioeconomici che avevano costituito la coalizione di Obama e sulla quale aveva impostato la sua campagna. Soprattutto negli stati contesi. Allo stesso tempo, l’appeal sulle sue quattro costituencies centrali – le élite cosmopolite della coste (piena di CEO del business e della finanza); i bianchi progressisti molto istruiti e tendenzialmente affluenti, guidati da Warren e Sanders; gli afroamericani ispirati da Byonce; gli ispanici e gli immigrati illegali – non faceva altro che dar benzina alla reazione rabbiosa di quelli che sono poi stati gli elettori di Trump.

Trump porta a casa il voto dei bianchi, stravincendo fra gli uomini e vincendo persino fra le donne bianche, degli anziani e dei meno giovani (gli elettori over 45 sono la maggioranza).

Vediamo qualche dato esemplificativo per capire meglio. Partiamo dai giovani. Nella Pennsylvania, uno stato elettoralmente pesante (20 grandi elettori) e con un pezzo importante nella Rust Belt (qui è nato l’acciaio americano) Hillary vince fra gli under 45 di 10 punti. Rispetto a Obama che aveva vinto di 20 punti, dimezza quindi il suo vantaggio. Vediamo fra le minoranze e andiamo in Florida, altro stato chiave: la Clinton vince 62% a 35% fra gli ispanici, che sembra ottimo, ma non è sufficiente perché Trump la surclassa di 31 punti fra i bianchi che in termini assoluti sono molti di più (pensate che Romney fece +24 su Obama nel 2012). A livello nazionale, nel voto femminile bianco, Trump batte la Clinton di ben 10 punti (53% a 43%), un totale di voti sufficiente a surclassare il vantaggio della Clinton nel voto femminile delle minoranze. Sempre a livello nazionale, fra gli afro-americani la Clinton vince sì pesantemente con un distacco di 60 punti, ma Obama portò a casa un +80, mentre con gli ispanici Obama vinse su Romney di 71 punti contro i +65 di Hillary vs. Trump. Se andiamo infine a vedere fra gli elettori bianchi senza laurea, la Clinton perde con il 28% contro il 67% di Trump, il più grande scarto dal 1980, mentre perde anche fra i bianchi laureati, 45% a 49%.

Ma ci sono altre ragioni di questa sconfitta. Una è che, per i Repubblicani in particolare, ma anche per molti altri ceti popolari bianchi indipendenti o democratici il più grande rischio per la nazione fosse il continuare con lo stesso tipo di candidato e di leadership fatta di habitué dei “Palazzi” di Washington (pensate alla “Casta Romana”), dei quali da anni non si fida più. Anzi, li detesta. Questo s’innesta in quella che sembra una caratteristica degli elettori americani: dopo otto anni di presidenza in mano a un partito, chiedono solitamente un cambiamento. E’ successo con Clinton, Bush e ora Obama: la presidenza ha cambiato ogni volta colore.

Aggiungete a questo mix un’ormai consolidata sfiducia verso la classe politica e una percezione della società e di un’economia truccate a vantaggio di pochi. Un sondaggio Reuters eseguito nel giorno delle elezioni rivela proprio questo: il 75% degli intervistati è incazzato nero e rispondeva che “è necessario eleggere un leader forte in grado di togliere il paese dalle mani dei “rich and powerful” i quali hanno a cuore solo i propri interessi”, mentre per il 72% “l’economia è truccata a vantaggio dei ricchi e dei loro alleati politici” (non vi pare di aver sentito già queste cose?).

In poche parole, si è trattato di un gigantesco Fuck You all’establishment, che fosse di destra o sinistra, visto come un mostro fatto di ricchi, élite magari ultra istruite ma chiuse nella loro comoda realtà e totalmente ignoranti di quella del resto del paese, le quali hanno solo portato precarietà economica ed esistenziale. Con l’arrivo di social media, WikiLeaks e quant’altro, sono state infine denudate, esponendo le loro nefandezze, presunte o vere che siano (perché i fatti importano poco). Queste élite sono detestate visceralmente a prescindere, né più né meno di come sta accadendo un po’ ovunque in Europa con la maggioranza degli elettori del M5S, della Lega, di Farage, di Le Pen… Tutto questo nonostante Trump fosse establishment da prima che nascesse; ma non era un politico di professione e la rabbia più forte è proprio verso questi e i loro alleati.

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