I nostri padri costituenti (cosa pensavano della revisione della Costituzione)

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E’ stata una forzatura intraprendere la revisione costituzionale come iniziativa governativa e condizionare il risultato del Referendum alla sopravvivenza del Governo? Non secondo molti dei padri costituenti che votarono sia per l’iniziativa governativa sia per lo scioglimento delle Camere a seguito dell’approvazione della revisione

E’ stata una forzatura intraprendere la revisione costituzionale come iniziativa governativa e condizionare il risultato del Referendum alla sopravvivenza del Governo? Secondo me no, ma anche secondo molti dei padri costituenti che votarono sia per l’iniziativa governativa sia per lo scioglimento delle Camere a seguito dell’approvazione della revisione.

Anche se poi non fu quello il testo definitivo approvato il giorno dopo e successivamente in Assemblea costituente, la Seconda sottocommissione mise l’accento su una questione politica.

E se ci sarebbero dovute essere nuove elezioni in caso di approvazione della revisione costituzionale a maggior ragione il Governo attuale ha tutte le ragioni per decidere che in caso di bocciatura della revisione si debba procedere minimo con le dimissioni del Governo.

Quindi i nostri padri costituenti già da allora ebbero la lungimiranza di ritenere che la Costituzione che andavano ad approvare non doveva essere immodificabile tenendo solo un punto fermo normato nell’articolo successivo, l’attuale 139 che sancisce la forma repubblicana e che non può essere oggetto di revisione costituzionale.

La discussione sulla revisione costituzionale ebbe inizio, in prima analisi, nella Commissione per la Costituzione e per essere più precisi nella seconda sottocommissione (prima sezione), in data 15 Gennaio 1947.

Il relatore Rossi Paolo nella sua analisi introduttiva propose che l’iniziativa di modifica potesse essere introdotta per iniziativa Governativa o Parlamentare ma che dovesse essere approvata, in entrambe le Camere dalla metà più uno dei membri che le compongono. Una volta approvata si scioglievano le camere, si andava al voto entro 90 giorni e successivamente, entro 30 giorni, il nuovo Parlamento doveva approvare, senza emendamenti, il progetto del disciolto Parlamento e solo dopo diventava legge costituzionale.

Il concetto espresso dal costituente Rossi era simile ad una proposta fatta nella Commissione istituita presso il Ministero per la Costituente.

Il Presidente Terracini rilevò che la logica di questa proposta stava nel fatto che ogni modificazione costituzionale dovesse ottenere la ratifica popolare per mezzo delle elezioni, che naturalmente si farebbero in funzione di quella determinata riforma costituzionale.

Il presidente Terracini ritenne che questo sistema potesse costituire una garanzia dal pericolo che si addivenga troppo facilmente o rapidamente ad una modifica della Costituzione perché l’Assemblea, prima di procedere al proprio scioglimento, non mancherà di esaminare a fondo il problema.

Sulla linea dello scioglimento delle camere anche Einaudi e Fabbri ritenendo opportuna la pronuncia del corpo elettorale, quest’ultimo, nell’esprimere il proprio voto, si sarebbe basato proprio sulla Revisione costituzionale.  La discussione era molto più accesa sul fatto che ci dovesse essere o no l’iniziativa popolare piuttosto che si andasse a nuove elezioni subito dopo l’approvazione della riforma.

Alla fine della discussione le proposte furono tre ed il presidente mise ai voti non le singole proposte ma i principi fondamentali della revisione della costituzione.

Il primo principio che fu messo ai voti fu l’iniziativa della revisione. Con singole votazioni vennero approvate l’iniziativa del Governo e l’iniziativa del Parlamento mentre fu bocciata l’iniziativa popolare.

Il secondo principio che si mise ai voti fu l’investimento dell’esame della proposta (Camere, Assemblea Nazionale o Camere più Assemblea). Alla fine si decise per le Camere.

Il terzo principio fu quello se oltre all’intervento delle Camere debba farsi ricorso alla volontà popolare e quindi decidere tra referendum o nuove elezioni. Si votò prima per l’intervento popolare e fu approvato poi si mise ai voti se l’intervento dovesse avvenire con referendum e la proposta fu bocciata.

Fu quindi messa ai voti la proposta che la manifestazione della volontà popolare dovesse aversi sotto forma di nuove elezioni e quindi che, dopo la prima approvazione del progetto di revisione le Assemblee legislative debbano essere disciolte. Fu approvata.

Il giorno dopo si ritornò sulla discussione abbandonando lo scioglimento delle Camere ed approvando un testo finale da proporre all’Assemblea Costituente che è praticamente quello attuale.

L’Assemblea con qualche piccola modifica lo approvò definitivamente il 3 dicembre 1947.

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