I migranti, la Merkel e la realpolitik della Germania

Immigrazione
epa04921549 German Chancellor Angela Merkel speaks at the German 'Bundestag' parliament in Berlin, Germany, 09 September 2015. The German parliament continued its debate over the budget for 2016.  EPA/KAY NIETFELD

Bene la Germania, ma l’Europa sia unita: nell’immediato futuro l’immigrazione sarà sempre più una risorsa indispensabile a cui attingere

In questi giorni le foto strazianti dei corpicini di Aylan e suo fratello Galip sulla spiaggia turca di Bodrum hanno scosso le coscienze costringendo anche Paesi riottosi come la Gran Bretagna a rivedere propositi e posizioni. Ma la vera “sorpresa” è stata la Germania disponibile ad accogliere 800.000 profughi. Una scelta che ha avviato un dibattito che credo non possa essere ridotto alla contrapposizione fra quanti hanno incensato la Merkel – passata in poche ore da perfida affamatrice della Grecia a paladina dei diritti umani universali – e quanti comunque continuano a considerare questo gesto come insufficiente a superare i  “peccati”   presenti e passati della Germania, il suo passato nazista e l’attuale strapotere economico e politico in Europa.

Personalmente credo che le semplificazioni non aiutino a cogliere il tratto più significativo del profilo della cancelliera. La Merkel è l’ultima epigona di una tradizione politica tedesca che ha avuto nella realpolitik la propria stella polare.

Si tratta sicuramente di una scelta tardiva e bene ha fatto il nostro governo a rivendicare di essere stato il primo a battersi per un approccio più umano ed europeo all’emergenza umanitaria in corso. Sicuramente è questa la direzione per tentare di corresponsabilizzare gli altri Stati europei in una cornice di azione comune che sia da moltiplicatore dei singoli sforzi e ne aumenti l’efficacia. A maggior ragione oggi, che la fuga in avanti tedesca con la decisione di sospendere unilateralmente il regolamento di Dublino rischia di provocare squilibri e fibrillazioni.

Questo non significa sminuire quello che c’è di buono e la forza simbolica della presa di posizione di Berlino, ma proprio il dirompente protagonismo tedesco ci porta a ritenere ancora più cruciale il ruolo che la Commissione deve giocare per arrivare a un coinvolgimento più ampio possibile degli altri Paesi membri, evitando un’altra frattura interna questa volta morale,  fra Paesi e popoli. Credo sia necessario mantenere un equilibrio in Europa anche in prospettiva futura ed evitare di alimentare divisioni fra buoni e cattivi.

Inevitabilmente infatti – anche i più recalcitranti – si renderanno conto che nell’immediato futuro l’immigrazione sarà sempre più una risorsa indispensabile a cui attingere. L’Europa e anche il nostro Paese nei prossimi anni saranno sempre più anziani, fino a raggiungere la non autosufficienza demografica con quello che ne deriverà sul piano sociale ed economico. Conseguenze che vedranno Italia e Germania fra le nazioni maggiormente esposte, insieme a Ungheria, Slovacchia e alcune altre fra le nazioni più intransigenti sulla questione profughi. In poche parole da qui al 2060 il rapporto fra popolazione in età lavorativa e pensionati sarà di due a uno, due lavoratori per ogni pensionato mentre oggi è di quattro a uno. Questa previsione dell’OCSE per la verità non è una novità e in Italia più volte Banca Italia, ISTAT e INPS hanno richiamato l’attenzione questa previsione che se si avverasse porterebbe al collasso del nostro sistema pensionistico e di quello produttivo in quasi tutti i settori. Per ovviare a questo l’OCSE  sostiene che entro i prossimi 40 anni occorrerebbero all’Europa 250 milioni di cittadini in più. Cittadini di cui non è rilevante conoscere il colore, la nazionalità o la confessione religiosa o se siano profughi o migranti economici, ma solo la necessità.

Una immigrazione che quindi serve all’Europa e al nostro Paese per mantenere il proprio sistema di welfare e l’economia e verso la quale a maggior ragione è giusto dare risposte legislative mirate alla accoglienza e all’inserimento. In Italia ad esempio è ormai impellente la necessità di un nuovo testo unico sull’immigrazione che superi la vecchia Bossi-Fini, vessatoria e inadeguata a questi scenari. Penso che questi argomenti, insieme a quelli da sempre sono nel DNA della sinistra di una visione più giusta e solidale del mondo e delle sue interdipendenze, dovrebbero entrare a far parte del nostro patrimonio.

Una visione di società futura coesa, di una Europa coraggiosa e pragmatica che vede nell’altro da noi una sfida culturale e una opportunità per rinnovare se stessa, garantendo sviluppo e diritti per i propri cittadini. A noi forze della sinistra europea il compito di tradurre questa idea in decisioni politiche nette e unitarie con leggi, atti concreti e una battaglia culturale condotta a viso aperto per il bene di una Europa altrimenti svilita dagli egoismi nazionali e avvelenata da una ideologia xenofoba e nostalgica montante. Una ideologia vergognosa per i disvalori che professa e miope rispetto al futuro perché condanna l’Europa al declino civile ed economico. Penso che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme all’indignazione popolare, al cambio di atteggiamento di diversi governi europei.

Quel che ancora manca è la consapevolezza del livello di unità politica necessario. Ad oggi purtroppo è ancora forte la tendenza di ciascuno a muoversi in modo autonomo mentre è ormai chiaro che il livello dell’emergenza umanitaria in corso richiede una risposta di scala europea, sia in termini di accoglienza che di politica estera. Un campo di azione decisivo in cui il tentativo dalla Commissione Juncker di coinvolgere le Nazioni Unite va nella giusta direzione per tentare di intervenire anche sulle cause che generano questo esodo di milioni di persone da Siria e altre nazioni sconvolte da guerre endemiche e dittature feroci.

 

Marco Pacciotti

Coordinatore Forum Immigrazione Pd

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