I migranti di Capalbio

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Facciamo uno sforzo per trasformare l’ospite in qualcuno che dà una mano alla comunità

Capalbio fa sempre notizia. Anche per il vezzo di alcuni suoi storici frequentatori di autodefinirsi come gli ultimi intellettuali rimasti sul pianeta. Figuriamoci se non balza agli onori della cronaca perché destinata ad ospitare una cinquantina di profughi siriani.

Premesso che come comportarsi in questo caso dovrebbe deciderlo soprattutto chi risiede e abita lì tutto l’anno e non qualche turista più o meno noto che già troppi danni ha fatto confondendo i suoi interessi privati con quelli degli abitanti del luogo, l’occasione può essere utile per qualche considerazione sulla cosiddetta politica dell’accoglienza nei confronti di profughi e migranti. Certo, cinquanta persone in più in un piccolo paese che d’inverno praticamente si spopola possono costituire un problema.

Riconoscerlo non significa essere razzisti, ma realisti. E questo vale per Capalbio e per tanti altri piccoli borghi d’Italia. Anche perché da quel che si vede, magari sono disinformato, una volta accolti vengono spesso lasciati a se stessi. Condannati a trascorrere il tempo senza utilità alcuna e visti quindi come un potenziale pericolo. E se invece fossero coinvolti subito in qualche lavoro utile per loro e per tutti? Conosco l’obiezione.

Ma se non c’è lavoro nemmeno per i nostri giovani? Non sto evidentemente parlando di “quel” lavoro. Mi riferisco, invece, ai tanti lavori che una volta si definivano «socialmente utili», che nessuno fa più e certo non mancano.

In Maremma, per esempio, ci sono chilometri di spiaggia da tutelare, migliaia di ettari di bosco da manutenere, fiumiciattoli e torrenti da liberare da detriti e ostruzioni e mille altre piccole cose che riguardano la manutenzione di spazi pubblici e beni comuni. E tanti altri servizi di interesse pubblico che potrebbero essere rafforzati. È impensabile che in cambio dell’ospitalità ricevuta siano impegnati alcune ore al giorno in queste attività? Magari “affidati”a qualche associazione ambientalista, di volontariato, ai consorzi di bonifica o al Comune?

Non sarebbe per loro anche un modo per sentirsi utili e accelerare la loro integrazione linguistica e culturale? Mi dicono che i profughi non possono lavorare per legge. Non è vero! Una circolare del Prefetto Morcone indica le possibilità di impiegarli come volontari in attesa del procedimento che li riguarda.

Possibilità utilizzata da molti Comuni per esempio in Friuli. Alternative? Non ne vedo. Ma non aspettiamo l’incidente, per favore. E non diamo spazio agli allarmi. In questo clima poco razionale, un parroco della Maremma pare abbia detto durante la predica domenicale che «l’ospite dopo 3 giorni puzza».

Forse dovrebbe, almeno lui, rileggere il Vangelo. Ma intanto facciamo uno sforzo per trasformare l’ospite in qualcuno che dà una mano alla comunità. Sparirebbero tanti pregiudizi e preoccupazioni.

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