I luoghi comuni della sinistra sulle amministrative

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Il Pd perde consensi soprattutto in quella parte di elettorato che si era avvicinato dopo la crisi del centrodestra e ora è rimasto deluso dalle scelte su immigrazione e diritti

Il dibattito che si è aperto sui contraddittori risultati del primo turno delle comunali 2016 ha fatto riemergere il mai sopito sconfittismo di una certa parte del Pd, con l’enfatizzazione dei vecchi luoghi comuni sulla sinistra e sulla perduta “connessione sentimentale con la nostra gente”, offrendo comode praterie per le scorribande dei populismi antigovernativi.

Ragioniamo invece un po’ controcorrente su questi luoghi comuni.

Il primo: il Pd perde consensi a sinistra. Senza trascurare le specifiche realtà locali dove ancora pesano le gestioni del passato rispetto all’appeal nazionale del partito (nel 2014 nello stesso giorno a Livorno e Perugia il Pd raccolse alle europee il 52% e il 48% mentre alle comunali si fermò al 35%), i dati reali sembrano dimostrare che i consensi si ridimensionano piuttosto in quella parte di elettorato, “indeciso” a seguito della crisi del centrodestra, attratto ieri dalla politica di cambiamento di Renzi (con allargamento del bacino elettorale) in allontanamento oggi proprio per le politiche “di sinistra” del governo in particolare sull’immigrazione (con i riflessi sulla percezione della sicurezza) ma anche sulle unioni civili, temi molto meno popolari tra gli elettori “moderati”, nel mondo cattolico e anche nelle cosiddette “periferie” – che non sono più le periferie operaie, solidi bacini di sinistra – dove il disagio sociale e di sicurezza rende più forte il richiamo del populismo radicale. Quindi la sinistra che accusa il Pd di perdere la propria connessione sentimentale non vede che l’area del consenso si riduce proprio per le politiche di sinistra che si realizzano.

Il secondo: il Pd perde consensi perché gli elettori di sinistra rifiutano il “Partito della Nazione” (e connesse polemiche sui voti di Verdini). Qui gli equivoci sono diversi. Prima di tutto dovremmo guardare alla sostanza dei fatti: un provvedimento si qualifica “di sinistra” per quello che è, per le sfide che raccoglie, per i problemi che risolve, non solo per chi lo vota e anche se chi lo vota non è di sinistra. Non c’è forse in questo qualcosa di ciò che una volta si definiva “egemonia”? Una politica di sinistra deve avere capacità di egemonia e attrazione di aree sociali (ed elettorali) più ampie.

Il terzo: il Pd deve avere una “soggettività autonoma dal governo” con connessa separazione dei ruoli di segretario e presidente del Consiglio. Si vorrebbe così ripristinare una anomalia tutta italiana dove il leader del partito maggioritario non sarebbe al tempo stesso capo dell’esecutivo, riportando all’indietro (alle inefficienze della Prima Repubblica) le lancette della politica, con un partito di maggioranza che si qualificherebbe non in positivo per le sue politiche governative ma in negativo per le sue differenziazioni rispetto a quelle politiche. Con ovvii e già sperimentati riflessi sull’instabilità di governo e maggioranza, non certo auspicabile per il Paese in questi anni di crisi globali.

Concludiamo con una domanda. La sinistra del futuro si costruisce sulle strumentalizzazioni di questi luoghi comuni o sul coraggio di una nuova visione?

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