I gufi del Vaticano

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L’ala conservatrice appare priva di una reale strategia

In Vaticano, oltre a qualche corvo, sono comparsi pure i gufi? In realtà svolazzano da tempo, anche se a guardare questi primi tre anni di pontificato, si ritrovano oggi un po’ ammaccati e delusi. C’è l’anziano teologo tradizionalista, Robert Spaemann, ultrawojtyliano di destra, che vede le aperture di papa Francesco sulla famiglia come uno scisma nel cuore della Chiesa: mai e poi mai la comunione a un divorziato che si è risposato, una condanna è per sempre e un peccatore pure; conta la legge canonica, altro che la misericordia, il dialogo, il percorso penitenziale, l’accoglienza, l’amore. L’esortazione post sinodale “Amoris Laetitia” ha generato malumori, fastidio, frustrazioni nelle frange conservatrici, e si capisce: ha toccato il punto più delicato, quello della morale sessuale.

La Chiesa di papa Francesco, “l’ospedale da campo” immaginato e proposto al mondo fin dai primi mesi di pontificato, manda in bestia i fautori della Chiesa gerarchica, clericale, punitiva e bioeticista, poco incline all’accoglienza dei migranti – in qualche caso esplicitamente nazionalista e xenofoba, con qualche pulsione antisemita nelle sue diramazioni lefebvriane – e pronta invece alle barricate sulle unioni civili.

Qualcuno guarda con orrore il nuovo vescovo di Bologna, Matteo Zuppi, proveniente dalle periferie romana, scuola Sant’Egidio – e già questo è un peccato grave per l’ala preconciliare – che va sul palco della manifestazione del primo maggio a Bologna, e spiega come strano sarebbe stato non partecipare: “Mi sarei stupito di un vescovo che non avesse accettato l’invito di andare tra i lavoratori”. E poi quell’ ‘ossessione’ del papa per i rifugiati: va bene la solidarietà, ma portare 12 musulmani siriani in Italia dall’isola di Lesbo!

Ai contestatori non ne va bene una; il progetto di declericalizzare la Chiesa, di costruire una comunità di laici e chierici, di pastori che non comandano a bacchetta, che dismettano le vesti di improbabili dottori della legge, ma stanno in mezzo al popolo di Dio, è solo fonte di caos, un rovesciamento dell’ordine costituito, altro che storie.

L’enciclica su ambiente, sviluppo, umanità, nel nome di San Francesco, è un testo ‘politico’, non c’è dottrina; e forse è pure ‘sovversiva’. E poi parlare con Evo Morales, Bernie Sanders, Raul Castro (per non dire Fidel), Naomi Klein, mandare a quel Paese Donald Trump e intrattenersi con Barack Obama, aiutarlo addirittura nei negoziati con Cuba; tutto questo sinistrume, ma come è possibile aprire le porte del Vaticano a simili schiere? In realtà il papa parla con tutti, il dialogo è a 360 gradi, dal leader iraniano Hassan Rohani a Vladimir Putin; la Santa Sede è tornata ad essere un ‘global player‘ in diplomazia e politica, ma che importa? Forse tutto quel disquisire di “scartati”, di strapotere della finanza sulla politica…(su questo nodo, dl resto, s’infuriò l’ala cattolica repubblicana in America fin dal principio).

E poi ci sono le riforme interne, istituzionali; il sinodo trasformato in sede sempre più decisionale e sempre meno consultiva e accademica, cioè inutile (l’intuizione del Concilio Vaticano II era stata neutralizzata con questa formula). Di recente è poi scoppiato un conflitto di competenze fra la Segreteria di Stato e la nuova Segreteria per l’Economia, vale a dire fra i cardinali Pietro Parolin e George Pell. Al centro della contesa la titolarità del governo e del controllo delle finanze d’Oltretevere. E’ la prova che tutto salta? Più probabilmente si tratta delle scosse d’assestamento di una nuova e complessa struttura istituzionale ( e altre ve ne saranno). La speranza dell’ala tradizionalista è che però qualcosa s’inceppi, si fermi; una posizione da gufi appunto.

Di certo oggi i conservatori appaiono senza una vera strategia dopo aver consumato gran parte delle loro cartucce nei due sinodi sulla famiglia. Le migliaia di rapporti chiusi allo Ior (circa 5mila dal 2013 ad oggi), il progressivo per quanto faticoso allontanamento di personaggi legati a doppio filo col potere politico-economico italiano, pesano. Lo stesso processo sul secondo Vatileaks, dopo i primi clamori mediatici, sta ora portando alla luce – udienza dopo udienza – una realtà torbida di apparati interni al Vaticano che hanno operato per fermare il cambiamento o per trarne vantaggi personali. In questo contesto, per quanto ardua e costellata da battute d’arresto, la strada di Francesco, pure criticabile o discutibile, segue un cammino preciso; i suoi oppositori sembrano invece incapaci di liberarsi delle zavorre dei vecchi poteri che hanno coperto di scandali la Chiesa, e di immaginare qualcosa di diverso dall’urlare allo scisma.

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