I giorni più difficili di Francesco

Vaticano
Pope Francis arrives to lead the audience with Italian National Social Security Institute (INPS) in Saint Peters Square, Vatican City, 07 November 2015.   ANSA/ETTORE FERRARI

Bergoglio è consapevole del rischio che il gran polverone possa rimuovere l’attenzione sul tema più importante: la riforma del papato

Sono giorni lunghi e difficili quelli che sta vivendo papa Francesco, giorni in cui la battaglia per cambiare e riformare la Chiesa è entrata nel vivo, forse in una fase cruciale. Ma in questa domenica di novembre in cui il vescovo di Roma torna come sempre ad affacciarsi su piazza San Pietro per la celebrazione dell’angelus, Bergoglio incontrerà ancora una volta il suo principale alleato: vale a dire quel popolo di Dio che continua incessantemente a manifestare il proprio consenso e il proprio appoggio al vescovo di Roma. Alle sue spalle, però, il pontefice non smetterà nemmeno un momento di sentire il rumore di fondo degli sconquassi provocati da sussurri, voci, boatos di varia natura – la zizzania delle “chiacchiere” tante volte denunciata – scandali veri e presunti, infedeltà, attacchi, critiche fondate o strumentali. Prendere di petto questa situazione è del resto il mandato che ha ricevuto dal conclave nel marzo del 2013, e ora Francesco può toccare con mano l’asprezza di un conflitto che si svolge fuori e dentro la Curia, che coinvolge media, interessi, accaparramenti personali, poteri che si pensavano intoccabili e ora sono furenti.

Bergoglio è tuttavia consapevole di un rischio pure nascosto nel gran polverone, e cioè che la metratura esagerata di un appartamento, le spesa spropositate per un sottolavello o altro arredo, rimuovano il tema di fondo: la riforma del papato. In questa rientrano a pieno titolo la rinuncia a stili di vita sfarzosi, il ridimensionamento degli organismi curiali, delle burocrazie, l’introduzione della trasparenza finanziaria, la dismissione progressiva della corte pontificia. Così come, su un piano complessivo, una Chiesa in dialogo con il mondo, dal volto accogliente e non più seduta sul trono arcigno del dogma, la scelta del decentramento ecclesiale – quindi l’apertura a una certa autonomia delle chiese nazionali e continentali anche attraverso i sinodi – l’attenzione privilegiata ai poveri, Il Vangelo al posto del sogno costantiniano, Lampedusa invece dei gentiluomini faccendieri di sua Santità, disegnano un quadro di cambiamenti profondi e laceranti, invisi e indigeribili per molti.

In ogni caso se i titoli dei giornali urlano le loro verità dell’ultim’ora, Francesco aveva parlato chiaro poco più di un anno fa; era il 22 dicembre del 2014, l’occasione il discorso per gli auguri natalizi alla Curia, e che auguri fece quel giorno il papa alla sua corte. Il papa volse, come in avviene in tutte le rivoluzioni, i cannoni verso il suo stesso quartier generale, e sparò a zero enumerando le 15 malattie della Curia romana. Gli ultimi tre mali elencati da Bergoglio erano: “la malattia dell’accumulare, la malattia dei circoli chiusi” e, ultima, “la malattia del profitto mondano, degli esibizionismi”. Questa si verifica “quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri. E’ la malattia delle persone che cercano insaziabilmente di moltiplicare poteri e per tale scopo sono capaci di calunniare, di diffamare e di screditare gli altri, perfino sui giornali e sulle riviste”. “Naturalmente – aggiunse – per esibirsi e dimostrarsi più capaci degli altri. Anche questa malattia fa molto male al Corpo perché porta le persone a giustificare l’uso di qualsiasi mezzo pur di raggiungere tale scopo, spesso in nome della giustizia e della trasparenza!”. Fu facile profeta, ma evidentemente, mentre cominciava a radunarsi un gruppo di nuovi cardinali e prelati intorno al suo progetto, altrove si lavorava per demolire.

La ricchezza della Chiesa, origine di scandali e di potere e insieme strumento indispensabile per promuovere opere di carità e solidarietà, torna dunque ciclicamente al centro del problema. Qualche giorno fa, conversando con un ‘giornale di strada’ olandese, Bergoglio ha parlato dei beni della Chiesa necessari per realizzare opere in favore dei poveri. Ma ha anche denunciato i credenti che parlano della povertà e vivono come faraoni. Nelle consueta messa a Santa Marta ha aggiunto: “anche nella Chiesa ci sono questi, gli arrampicatori, gli attaccati ai soldi. E quanti sacerdoti, vescovi abbiamo visto così”. Già quanti. Bergoglio, circondato dagli splendori dei palazzi vaticani, dalle immense sale affrescate che non smettono di suggestionare chi si trovi ad attraversarle, sa che questo è un patrimonio non esclusivo, la Pietà di Michelangelo, ha spiegato “sta in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa”, concetto semplice ma non sempre dato scontato.

Francesco l’argentino, Francesco il porteño, il bairense, è anche il primo papa totalmente metropolitano, che ama la città, la megalopoli, le sue periferie; nell’Esortazione apostolica programmatica – come lui stesso l’ha definita – “Evangeli Gaudium”, ha spiegato: “nelle grandi città si può osservare un tessuto connettivo in cui gruppi di persone condividono le medesime modalità di sognare la vita e immaginari simili e si costituiscono in nuovi settori umani, in territori culturali, in città invisibili. Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e violenza”. Qui “la Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile”. A parlare è il Papa delle “villas miseria” di Buenos Aires, la città degli emarginati, dei “cartoneros”, in cui crescono parallelamente il traffico di droga e la presenza della criminalità organizzata, dei “narcos”. Anche per queste ragioni il Papa sente estranea, lontana, la Curia, è a disagio nel protocollo – ridotto ormai al minimo e conservato solo per le visite di Stato – e ama di più la città che vi si stende intorno, la Roma caotica e tentacolare, sempre più sudamericana, oscillante fra i funerali strabordanti dei Casamonica e la ricerca di nuove relazioni umane e civili.

Se questo è lo spirito, l’anima del pontificato, la riforma istituzionale, il rimodellamento della Curia e soprattutto la riforma economica, comportano un progressivo adeguamento della Santa Sede alle regole del diritto civile (molto spesso internazionale) che lentamente, nei settori amministrativi ed economici, sta sostituendo o riscrivendo la legge canonica. Si tratta di un evento poco visibile ma clamoroso: segna infatti la fine dell’eccezionalità della Chiesa, il suo esistere al di sopra e non di rado al di fuori della legge; un fatto che aveva avuto qualche significato in altre epoche ma si era trasformato ormai in privilegio, in strumento di protezione per i potenti, per chi insomma voleva gestire i propri affari in una zona franca, anche dal punto di vista finanziario. E certo qui la sfida è in corso, per questo pure la battaglia è diventata cruenta, ma nonostante tutto il processo va avanti.

La trasparenza finanziaria della Santa Sede, l’impegno per operare in tal senso, è d’altro canto presupposto per porre la Chiesa dalla parte degli esclusi, dei sud del mondo, per dirlo con una formula semplice ma comprensibile. Che questa connessione fra sfera etica e sociale-evangelica, fosse indispensabile, emerge con evidenza dal famoso “Patto delle catacombe” , rievocato in questi giorni a Roma e ricordato anche dal Sir, l’agenzia stampa della Cei. Il patto fu sottoscritto da 44 vescovi poi cresciuti fino a 500, a ridosso dalla fine del Concilio Vaticano II, nelle catacombe di Santa Domitilla a Roma. Il gruppo s’impegnava a costruire una Chiesa schierata dalla parte dei poveri, a trasformare le opere di carità in opere sociali, i firmatari inoltre affermavano: “nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti”; vi era poi la decisione di affidare “la gestione finanziaria e materiale nelle nostre diocesi a una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli”, che è appunto uno dei temi centrali sollevati dal papa nel suo magistero. Vale la pena ricordare che fra gli aderenti negli anni successivi al patto, troviamo monsignor Oscar Arnulfo Romero, assassinato in Salvador nel 1980 e beatificato pochi mesi fa grazie alla decisione di Bergoglio, e monsignor Enrique Angelelli, vescovo argentino ucciso dai militari negli anni della dittatura, e di cui Francesco ha fatto partire la causa di beatificazione.

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