I due nodi cruciali che la sinistra di oggi deve affrontare

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Provo a inserirmi nella feconda discussione sulla sinistra suscitata dagli interventi di Emanuele Macaluso e Michele Serra

Provo a inserirmi nella feconda discussione sulla sinistra suscitata dagli interventi di Emanuele Macaluso e Michele Serra.

Proprio Serra, all’inizio della seconda metà degli anni ’80, in pieno “riflusso”, sbugiardò su l’Unità l’immagine del “privato” sempre laborioso ed efficiente e del “pubblico” inetto e corrotto. Colse infatti, con un’osservazione acuta giocata sul registro dell’ironia, l’esistenza di una terza figura umana: quella del servo sciocco, dell’adulatore imbelle pronto sempre a dir di sì al “capo”, vuoi nell’ambito pubblico, vuoi in quello privato. E oggi possiamo constatare come la diatriba di allora – “meno Stato, più mercato”, “più società, meno Stato” e così via – sia superata. Insomma: il coraggio di porsi controcorrente è stato premiato dai fatti.

Certo, il conflitto fra capitale e lavoro non è centrale come una volta e può spesso sembrare anacronistico. Ma, come fra gli altri ha notato di recente il professor Franco Cassano, già Gramsci analizzò e propose un’altra serie di “questioni”, a iniziare da quella meridionale. E in fondo la sinistra, in seguito, crebbe e prosperò intorno a esse: si pensi alla questione giovanile (e al ’68), a quella femminile (dalle lotte per l’emancipazione al riconoscimento della differenza sessuale), all’ambiente. E in ogni caso il conflitto resta una dimensione fondamentale della vita pubblica.

Oggi, poi, le forze democratiche hanno dinanzi due nodi cruciali: la crisi del ruolo dei partiti, intesi come tramite fra la società (i suoi interessi, le sue spinte) e le istituzioni, e il carattere globale che la lotta contro l’ingiustizia dovrebbe assumere per risultare efficace. E qui risultano preziosi, ad esempio, i contributi del filosofo Salvatore Veca. Da un lato, infatti, l’idea di spazio pubblico, distinto da quello istituzionale, ci offre l’occasione per penetrare nei mille e mille luoghi nei quali la società prova a esprimersi e per riflettere sulle difficoltà dei vari soggetti ad accedere a una sfera davvero pubblica. Dall’altro, tramontata l’illusione di poter esportare la democrazia con le armi, resta l’istanza di un assetto internazionale più giusto (si guardi in queste ore alla tragedia di Aleppo). L’Unione europea, a tal fine, dovrebbe dal canto suo tendere, come mostra la vicenda esemplare (a dispetto della Brexit) del sindaco di Londra Sadiq Khan, a coniugare un “individualismo moderato” con un “moderato comunitarismo”.

La sinistra italiana ha, è noto, le sue peculiarità. Macaluso mostra in maniera convincente come essa, il Pci in particolare, abbia seguito per decenni il “paradigma togliattiano” (quello della “democrazia progressiva” nel solco della Costituzione). Ecco: oggi gli eredi di quell’esperienza faticano non poco a trovarne uno diverso, pur avvertendone il bisogno.

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