I “deportati” dovranno ricredersi

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Con questo piano alla fine il governo potrà dire di aver assunto 180mila persone

Ieri si è conclusa l’ultima fase del più grande piano di assunzioni degli ultimi anni. Sono circa 49mila le proposte di contratto a tempo indeterminato che i docenti precari si sono visti recapitare sulla propria casella e-mail.

Per la prima volta in assoluto le scuole avranno la possibilità di utilizzare migliaia di docenti in più rispetto ai tradizionali organici; docenti che stabilmente potranno sostenere obiettivi formativi orientati a migliorare le competenze degli studenti, a favorire l’inclusione, a contrastare la dispersione, ad aprire le scuole al territorio.

Quasi tutti insegneranno nella prima provincia scelta: coloro i quali evocavano deportazioni di massa dovranno ricredersi. Sono infatti più di 41 mila i docenti che saranno collocati nella provincia selezionata e, dei restanti 7 mila, almeno la meta hanno un contratto a tempo determinato e per quest’anno non si sposteranno. Complessivamente i trasferimenti oltre la propria provincia hanno interessato meno del 10% dei docenti neo immessi in ruolo.

Questa mi sembra una mobilità assolutamente nella norma a cui non si sarebbe mai dovuto associare un termine come deportazione ma su questa cattiva scelta semantica si è detto molto negli ultimi mesi. Purtroppo, non si possono creare posti di lavoro dove non ci sono e non si può pensare di trasferire scuole e ragazzi dove abitano i docenti.

Nelle scorse ora abbiamo dovuto sorbire la solita lezione di quelli che hanno evocato il dramma di insegnanti costretti a “scegliere alla cieca il loro futuro”. Visto il numero dei posti non assegnati mi pare che gli insegnanti abbiano scelto in modo molto chiaro e netto quale debba essere il loro futuro. Semplicemente hanno deciso di cogliere la grande opportunità di entrare a pieno titolo nel mondo della scuola.

La politica dovrebbe rallegrarsi di un risultato di questo genere  ma vivremmo su Marte se le forze di opposizione riconoscessero il dato di fatto e cioè che questo governo ha affrontato strutturalmente il problema del precariato dopo anni di tagli lineari e di mancati investimenti sulla scuola. E visti i numeri e la complessità dell’operazione ha mantenuto in pieno la parola data.

Con questo piano di assunzioni abbiamo restitutito alla scuola ciò che le era stato tolto ed entro il 2018 – anche attraverso il concorso e con la copertura a regime dei posti vacanti e disponibili – potremmo dire di aver assunto complessivamente oltre 180.000 persone.

Ora siamo al lavoro per fare in modo che il nuovo sistema di formazione iniziale e reclutamento consenta in futuro una selezione mirata sul fabbisogno in modo da evitare che migliaia di laureati siano abbandonati al loro destino nel mercato del lavoro. In Italia abbiamo un insegnante ogni nove alunni, quando la media Ocse è di uno ogni undici: la domanda di lavoro dei laureati dalle nostre università è di gran lunga superiore alla necessità delle scuole. Soltanto programmando dall’accesso all’università potremmo dire di aver messo le basi definitive per una scuola in cui la parola precariato, quella sì, sia bandita.

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