I decibel del No, le ragioni del Sì

Referendum
Lo spot istituzionale sul Referendum trasmesso sulle reti televisive nazionali.
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Senza bisogno di alzare i decibel, bisogna lavorare per scongelre le idee degli indecisi

Il referendum è anche una questione di decibel: il No grida forte, il Sì è più silente.

Di qui la percezione di un vantaggio del No segnalata da tempo dalla maggior parte dei sondaggi (ma non tutti, Ixé parla di parità) e corrispondente ad una sensazione molto diffusa.

È dunque un’illusione ottica – anzi, acustica – questo vantaggio del No? Nessuno lo sa. Però è certo che, secondo gli ultimi sondaggi di Emg, Euromedia Research, Ipr Marketing, fra gli indecisi la fetta maggiore è propensa a votare Sì, tanto è vero che di settimana in settimana le distanze fra No e Sì si accorciano, al punto che Masia (Emg) al TgLa7 ha precisato che stante questa progressione del Sì «fra un mese gli schieramento saranno pari».

Anzi, se vogliamo dirla tutta gli schieramenti sono praticamente pari già adesso in quanto il 3% circa di vantaggio attribuito al No è sotto il margine di errore che in questa situazione incerta è fra il 3 e il 6 percento.

Ma dicevamo dei decibel. È fuor dubbio che chi ha deciso di votare No lo manifesti ad alta voce, perché è anche un voto di malessere, di protesta, è un voto più “aggressivo” e dunque più “gridato” e che dunque si senta di più, carico com’è di forza polemica e di insofferenza verso l’esistente: non è un caso se tutti i partiti di opposizione siano schierati per la bocciatura del quesito referendario.

Anche per questo c’è anche chi sostiene – all’opposto delle lamentazioni di Massimo D’Alema – che i fautori del Sì siano, come dire, intimiditi dai toni polemici di un Grillo, di un Brunetta, di un Travaglio, dello stesso D’Alema. Difficile dirlo. Ma è sicuro che le motivazioni del Sì appaiono meno facili da urlare, non foss’altro perché entrare nel merito della riforma è senz’altro meno accattivante e “popolare” dei tanti motivi di malessere che infarciscono la propaganda del No.

E poi c’è una grande massa di italiani che non parla – o non parla ancora – o perché non si è fatta un’idea precisa o perché non vuole essere trascinata in una mega-baruffa dai roboanti toni apocalittici e politicisti: tutta la discussione sul doporeferendum effettivamente risulta stucchevole per tanti cittadini normali, ai non avvezzi al chiacchiericcio del Transatlantico.

E infatti – astutamente – Travaglio e D’Alema che pure si battono per la sconfitta della riforma e di Renzi contemporaneamente auspicano che il premier resti al suo posto, ancorché indebolito (anzi, proprio per questo), in una capriola politicista che cerca di salvare capra e cavoli.

Che la gente sia preoccupata, non c’è dubbio: ma è tutto da vedere se quest’ansia fungerà da benzina oppure da freno per chi vuole buttare le carte per aria. La partita è pertanto apertissima ma l’impressione, giorno dopo giorno, è che le potenzialità del Sì sono ancora lontane dall’essersi espresse. Sta a suoi sostenitori lavorare per scongelare le idee degli indecisi, perché è lì che si trova la chiave del referendum del 4 dicembre. Senza bisogno di alzare i decibel, quello lo fanno gli altri.

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