I critici non tengono conto di bicameralismo e contesto europeo

Riforme
Italy's Prime Minister Matteo Renzi talks during a confidence vote at the Senate in Rome February 24, 2014. Renzi faces his first test before a fractious national parliament on Monday when he goes to the Senate to put flesh on ambitious reform plans and seeks to win a confidence vote in his newly installed government. REUTERS/Tony Gentile  (ITALY - Tags: POLITICS)

Leggendo le critiche di metodo e di merito dei 56 costituzionalisti, comprendo qualche perplessità su singoli punti, ma mi colpisce la sottovalutazione di un eventuale fallimento

Le critiche di numerosi e illustri giuristi alla riforma della Costituzione non possono non far riflettere. Soprattutto chi – come chi scrive –, per la prima volta in Parlamento, avverte la responsabilità di mettere mano alla Carta con il necessario “pudore costituzionale”. Sedere alla Camera aiuta a comprendere quanto sia complessa la riforma delle istituzioni e come sia facile non approdare a nulla. Lo dimostra la storia precedente. Dall’inizio della legislatura tengo gli atti della Commissione Bozzi (1983) sulla scrivania e gli scritti di Roberto Ruffilli con cui ho sostenuto l’ultimo esame all’università di Bologna.

Ruffilli ci aveva trasmesso il senso incompiuto della democrazia italiana, richiamandoci spesso le ragioni per cui – dall’’800 – in Italia non si è sviluppata una democrazia dell’alternanza. A distanza di più di trent’anni mi rimane l’ansia per quell’incompiutezza e confesso che mi sentirei in colpa se anche questo tentativo dovesse fallire. Anche per questo, votato il testo in aula, sostengo convintamente le ragioni del “sì”.

Leggendo le critiche di metodo e di merito dei 56 costituzionalisti, comprendo qualche perplessità su singoli punti, ma mi colpisce la sottovalutazione di un eventuale fallimento. Personalmente trovo questo rischio di gran lunga peggiore di tutti gli altri ipotizzati. Il cuore della riforma non è infatti nel Titolo V – a cui, se proprio dovesse rendersi necessario, si potrà in tempi più sereni rimettere mano -, ma nella riforma del Senato, ossia nel superamento del bicameralismo paritario che rappresenta un’autentica anomalia istituzionale.

Con due Camere “politiche” elette con sistemi diversi far diventare il “cittadino arbitro” di una solida maggioranza parlamentare è davvero difficile e la stabilità dei Governi è affidata ad estenuanti mediazioni tra gruppi politici che si fanno e si disfano sulla base non del voto degli elettori ma della convenienza. Il nostro processo legislativo è lento e farraginoso e spesso su materie delicate la discussione, anziché partire dai punti di equilibrio raggiunti in una Camera, ricomincia da capo. Di qui il ritardo o lo stallo a cui devono rimediare le sentenze delle Corti o le decretazioni di urgenza o i voti di fiducia. Appena arrivato in Parlamento, quando si evocava la necessità di rivedere il bicameralismo paritario, i funzionari della Camera e i colleghi più navigati non potevano trattenere un sorriso, accompagnato dal commento: “qualsiasi cosa noi si faccia qui, la disferanno di là”.

Dove il “di là”, naturalmente, è Palazzo Madama. E invece, questa volta, il Senato ha accettato di riformare se stesso. E l’idea di questa riforma ha resistito nelle due Camere a voti su voti, argomenti seri e ostruzionismi, conflitti aspri e insulti. Mi spiace allora che la riforma, certo non sempre lineare in quanto espressione di mediazioni, venga vista come il frutto di ignoranza e superficialità intellettuale, di servilismo parlamentare e di arroganza governativa e non come l’espressione di una volontà politica del Parlamento. Considerate le condizioni storicamente date in questa legislatura, mi pare francamente miracoloso che si sia arrivati nel rispetto dell’art. 138 (e dunque senza alterazioni del metodo previsto dai costituenti, come pure in passato è avvenuto) al superamento del bicameralismo paritario, ossia a quell’obiettivo necessario per chiunque voglia razionalizzare la forma di governo della nostra democrazia parlamentare. Se si guarda alla riforma non sulla base di modelli astratti, ma sulla base della concreta storia delle istituzioni italiane, si dovrebbe cogliere il fondamentale punto di svolta raggiunto e sostenerlo con il “sì” al referendum.

L’altro elemento assente nelle considerazioni dei critici è quello relativo al contesto europeo. Siamo oggi in una cornice giuridica assai diversa dal 1948. Allora il nostro sistema costituzionale di pesi e contrappesi era tutto nazionale. Ora la nostra sovranità è condivisa e il nostro sistema di tutela dei diritti fondamentali, di legislazione, di amministrazione della moneta, del mercato e altro è prevalentemente sovranazionale. In questo quadro è chiara la necessità – tutta democratica – di un rafforzamento del potere di indirizzo del cittadino nei confronti del governo nazionale (che esercita a livello europeo un fondamentale ruolo legislativo) e – ci auguriamo – del governo europeo ed è altrettanto chiara la necessità di una riarticolazione del nesso tra autonomie locali e Stato nel rispetto di una ripensata sussidiarietà che parta dal livello comunale e giunga a quello europeo.

Per uscire dalla tenaglia della Brexit, da un lato, e del dirigismo ragionieristico, dall’altro, servono più potere di indirizzo ai cittadini e più armonizzazione tra i diversi livelli. Anche a questo livello ci saranno cose da aggiustare nella riforma – come non riconoscerlo? – ma, di nuovo, la direzione intrapresa va sostenuta. Nella chiave di un rinnovato costituzionalismo europeo.

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