I compiti a casa che dovrà fare l’Europa nel 2016

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Euro, BCE ed Europa

Saranno mesi cruciali per la sopravvivenza del progetto euro ed evitare il ‘liberi tutti’. Ma anche Renzi e Draghi avranno il loro bel da fare

In vista di un 2016 pieno di incognite, tra mercati emergenti in brusco calo, discesa del petrolio, Grexit sempre dietro l’angolo e ipotetica Brexit al prossimo incrocio, è meglio concentrarsi su poche cose da fare, cruciali per le sorti dell’economia, in casa e nell’Unione Europea, tenendo conto degli effetti della politica monetaria della Bce.

Partiamo dall’Italia. Se è vero che la legge di Stabilità cerca di rafforzare il patrimonio degli italiani e l’occupazione nelle aziende, con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e il rinnovo parziale degli incentivi ad assumere (sarebbe stato meglio però riuscire a tagliare l’Ires già nel 2016 e non nel 2017), il governo Renzi a mio modo di vedere dovrà puntare quest’anno su tre obiettivi: la costituzione della bad bank, con cui gestire i quasi 200 miliardi di sofferenze che di fatto bloccano il credito bancario (una soluzione del genere, approvata da Bruxelles, varrebbe come 10 leggi finanziarie); una concreta riduzione del debito pubblico attraverso dismissioni che superino l’una tantum delle pur necessarie privatizzazioni (l’urgenza si fa ancora più stringente viste le manovre tedesche di eliminare il risk free sui bond sovrani); una valutazione di fattibilità sulla trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una vera e propria banca, sulla base dello schema della tedesca KfW.

Quest’ultimo punto è in discussione da anni, ma mai come ora, fissato il principio nell’Unione che ognuno si salverà da solo, in virtù della normativa sui salvataggi bancari e in vista della tutela dei depositi centralizzata, un soggetto che funga da calamita al risparmio in libera uscita per convogliarlo anche verso le Pmi sottocapitalizzate, sarebbe fondamentale.

Il 2016 sarà un anno cruciale per la sopravvivenza del progetto euro perché sono ormai troppe le spinte per un ‘liberi tutti’. Per questo, in attesa di capire se davvero qualcuno solleverà un’eccezione costituzionale a proposito del ‘bail in’, sarà necessario, proprio a tutela dei risparmiatori, una modifica dell’articolo 84 della direttiva, laddove prevede addirittura la secretazione da parte delle autorità di vigilanza di tutte le notizie su una banca in crisi che potrebbero essere invece molto utili per i clienti. In secondo luogo, occorrerà fissare subito la road map che porti alla costituzione di un Fondo europeo di tutela dei depositi, senza aspettare il 2024: privi di questa garanzia, gli sportelli saranno come un’auto senza assicurazione. Perché dovrebbero accedervi ancora i clienti? Terza mossa, sul piano dell’economia reale, sarà quella di trovare un raccordo tra il piano Juncker da 300 miliardi di euro, che avrebbe dovuto risollevare un’economia che ancora cresce la metà di quella americana, e il Quantitative Easing dell’Eurotower, che ha ridotto sì tassi e cambio dell’euro, ma non è entrato nelle tasche di 300 milioni di europei. Questo è forse lo snodo di politica monetaria più importante.

Gli Stati Uniti nel 2016 cresceranno in media secondo gli analisti del 2,5%, con un’inflazione che dovrebbe attestarsi intorno all’1,4% e la disoccupazione al 5%, contro una crescita dell’Eurozona dell’1,7%, un indice dei prezzi ancora vicino all’1% e la disoccupazione quasi al 12%. Un abisso.

Passiamo infine agli effetti del QE della Bce. Confrontando le variabili fotografate nel primo mese del 2015 (anno del varo del bazooka) con le ultime disponibili, sempre dello stesso anno, si scopre che è la Germania il paese che ha più beneficiato della cura del ‘nemico’ Draghi. Il Pil tedesco è aumentato dal +1,4% di inizio anno al +1,7% (dato di fine settembre), il debito pubblico è diminuito dal 74,3% del Pil al 71,9% (fine 2014 su fine 2015), la disoccupazione è a livelli americani (è scesa in un anno di QE dal 6,5% al 6,3%) e le esportazioni hanno registrato un boom: da un saldo attivo di 90 miliardi di euro, ora la cancelliera Merkel può gioire per un più 106 miliardi di euro. Anche la Francia è riuscita ad uscire dalle secche della crescita piatta (il Pil è passato da +0,1% di fine 2014 a +1,1% di fine 2015) ha fatto un passettino in avanti nell’export (da +36,8 miliardi a 37,2 miliardi) anche se la disoccupazione resta sostanzialmente stabile e il debito è in crescita (da 95,5% del Pil a 97,1% del PiI). La Spagna, fresca di instabilità politica post-elezioni, grazie alla svalutazione dell’euro ha visto comunque aumentare il suo saldo export da 17,8 a 22,1 miliardi di euro mentre il Pil va verso un più 3,4% dal +2,1% del 2014 (il debito, invece è risalito sopra il 100% del Pil).

E l’Italia di Matteo Renzi? Anch’essa deve dire in qualche modo grazie al presidente della Banca centrale europea, che oltre ad aver messo in sicurezza un debito pubblico monstre. Il Pil del nostro paese, nell’anno del QE, è passato da un meno 0,4% del 2014 a un +0,8%, la disoccupazione è calata dal 12,4% all’11,5%, le esportazioni hanno un saldo attivo in aumento (da 33,5 miliardi a 33,8 di fine ottobre 2015), lo spread Btp-Bund vede di nuovo quota 100 dopo aver cominciato il 2015 a 120 punti base. Su questi punti ovviamente si potrà obiettare che alcune misure del governo (come gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni e gli 80 euro alle face deboli) hanno avuto la loro parte, è questo vero, come è vero però che senza il paracadute dell’ex governatore della Banca d’Italia il nostro paese dal punto di vista della sostenibilità del debito non sarebbe così solido come oggi.

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