I cittadini vogliono chiarezza, non si può rispondere con inutili scontri

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Le polemiche inconcludenti solo per conservare un potere di veto impoveriscono un partito o un’area politica

Il conflitto, lo sappiamo, è un ingrediente inevitabile della vita pubblica, anche all’interno di una singola forza politica. Esso talora è così prezioso da dare sapore al confronto fra idee e possibilità dissimili, come sale e lievito della democrazia. La contesa, insomma, come dimensione che aggiunge e non sottrae spessore al dibattito, purché si raggiunga un sano equilibrio con la capacità di decidere in maniera efficace, sincroni con i ritmi del nostro tempo. E il dissenso come momento e spazio di libertà, senza con ciò ostacolare la scelta e il prevalere di un’opzione sulle altre.

Da tempo sono convinto che le metafore del coltivatore di memorie e dell’esploratore di connessioni, proposte dal filosofo Salvatore Veca in riferimento alle costruzioni teoriche, abbiano importanti valenze politiche e sociali. L’esploratore di connessioni, infatti, riesce a collegare idee, proposte, visioni in modo inedito, ma può essere tentato di considerare la propria risposta ai fenomeni e ai problemi come la migliore, l’ultima, quella definitiva.

Il coltivatore di memorie, per contro, forte dell’esperienza e di un sapere antico, tende a ricollocarla nella sfera del “penultimo”, del provvisorio, del mutevole. Dalla sana tensione e dall’integrazione fra le due figure e fra i due modi di procedere possono scaturire le risposte più feconde ai dilemmi e alle contraddizioni. L’importante, però, è che a prevalere siano sempre le spinte costruttive. La distruttività è purtroppo una componente non secondaria dell’animo umano e troppe volte finisce per imporsi.

Tuttavia è finito il tempo nel quale la sinistra “si riproduceva per scissione”. La discordia fine a se stessa, la zizzania, la polemica inconcludente o volta solo a conservare un potere di veto e di diktat o un qualche ruolo nell’agone pubblico rappresentano ormai momenti sterili e di impoverimento complessivo di un partito o di un’area politica.

I cittadini e gli elettori, pur non di rado confusi e disorientati, esprimono principalmente una domanda di chiarezza, di trasparenza e di efficacia nelle scelte dei soggetti politici. La risposta non può consistere nelle vecchie alchimie o in fratture e scontri animati solo da una logica interna, senza corrispondenze con le ansie, le inquietudini, le incertezze e i problemi vissuti ogni giorno dai più. Certo, ogni risposta non può che essere incompleta e imperfetta. Da qui l’esigenza di uno sforzo comune per migliorarla. Migliorarla, appunto, non demolirla.

Il Pd, come le altre forze politiche, non potrà non porsi sul serio la questione della forma partito, come si diceva una volta. Una questione troppe volte rinviata o appena sfiorata, forse anche per la difficoltà di affrontarla di petto. E dovrà farlo non chiudendosi e isolandosi dal contesto delle sfide vive del paese e dei problemi che agitano pure gli altri partiti europei di centrosinistra, bensì provando a trarre proprio da tali problemi e da tali sfide indicazioni per impostare la propria struttura e organizzazione in maniera consona a una grande comunità politica. Uscendo dalla logica dell’emergenza e acquisendo finalmente prontezza e capacità di condivisione, nel rispetto delle differenze.

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