I Cinquestelle saranno pronti al grande passo?

M5S
Beppe Grillo con Luigi Di Maio durante la conferenza stampa al Senato sul reddito di cittadinanza, Roma, 09 settembre 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

La kermesse di Imola sarà il banco di prova per capire se il Movimento è pronto ad aprire una nuova fase, meno di lotta e più di governo

Bisognerebbe cominciare a prendere sul serio il Movimento 5 stelle. Una certa consolidata pigrizia induce la maggior parte dei media a parlarne in termini di folklore politico o, nella migliore delle ipotesi, a considerarlo semplicemente il sintomo di un malessere diffuso e di una fondata diffidenza verso l’establishment politico tradizionale. Il che naturalmente è vero: ma non basta. La fase eroica e ingenua – quella del Parlamento da aprire come una scatoletta, delle scie chimiche e dei microchip sottopelle – appartiene al passato, sebbene non sia tramontata del tutto: oggi sembra più adeguato descrivere il M5S come un adolescente che s’affaccia all’età adulta.

Del resto, i movimenti politici si definiscono e prendono forma nel loro divenire concreto, in virtù delle scelte compiute ma anche, e spesso soprattutto, grazie al contesto in cui si trovano ad agire. L’Italia che ha votato nel 2013 era esattamente divisa in tre (Bersani, Berlusconi, Grillo); l’Italia di domani – o di dopodomani – è destinata a tornare bipolarista e forse a diventare bipartitica, perché questa è la dinamica della democrazia e perché la nuova legge elettorale, fortunatamente, agevola e premia la dinamica dell’alternanza.

Può darsi che il centrodestra riesca infine a liberarsi di Silvio Berlusconi, a trovare un nuovo leader capace di riunificarne le membra sparse, a ricostituire una coalizione competitiva e potenzialmente vincente. Ma può anche darsi di no: e se così fosse, il compito di costruire un’alternativa, indipendentemente e persino al di là delle intenzioni di Beppe Grillo, ricade sul M5S. Al quale la sorte e le circostanze hanno riservato un destino particolare: lo sfarinamento del centrodestra libera un consistente serbatoio di voti (e dunque non è un caso se le posizioni sull’immigrazione strizzano l’occhio a quell’elettorato), ma la trasversalità strutturale del Movimento consente anche di pescare voti a sinistra, fra i delusi e gli irriducibili che considerano Renzi una specie di usurpatore e non hanno tempo da perdere con l’ennesima, futura reincarnazione della “sinistra radicale”.

Ma per conquistare un consenso sufficiente a proporsi come forza di governo non bastano la protesta, il “vaffa”, la battaglia sugli scontrini o l’esibizione ostentata dell’onestà: occorre anche un po’ di buona politica. E’ precisamente a questo crocevia che si trova oggi il partito – anche se il termine non piace agli interessati – di Grillo e Casaleggio.

“Italia5stelle”, la manifestazione nazionale che si terrà sabato e domenica a Imola – a metà strada fra una festa e un congresso, un happening e una Leopolda – ha come tema il governo: “La stanca litania del ‘Non avete fatto niente’ dei partiti – si legge sul blog di Grillo – sarà smentita dalle azioni svolte con successo dal M5S attraverso le ‘Buone notizie’, un elenco di tutte le cose fatte e portate a termine dagli eletti”. Il punto qui non è sapere quali buone cose hanno fatto gli attivisti e gli eletti del Movimento: il punto è che l’accento, per la prima volta in modo così evidente, cade sulle cose da fare anziché sulle denunce, le irrisioni e le proteste.

Non è difficile intravvedere lo scontro fra due linee, e il lento prevalere della seconda. La prima, incarnata da Gianroberto Casaleggio, ha un carattere fortemente identitario ma, politicamente, sterile: è la linea dell’intransigenza, del #vinciamonoi, delle espulsioni a raffica, del fondamentalismo programmatico, della purezza rivoluzionaria. La seconda, che oggi ha in Luigi Di Maio la sua espressione più compiuta, prova a fare un passo in più, e offre di sé un’immagine più pragmatica, più concentrata sull’azione parlamentare (con i suoi inevitabili compromessi), più attenta all’ascolto di quei pezzi di società che allo scontento uniscono anche la legittima difesa di interessi concreti.

Non è un caso se Di Maio – il candidato in pectore alla presidenza del Consiglio, sebbene le sensibilità e le procedure del M5S impediscano di dirlo chiaro – è cresciuto a pane e politica: figlio di un dirigente del Msi e poi di An, consigliere di facoltà quando studiava giurisprudenza, candidato (senza successo) al consiglio comunale di Pomigliano d’Arco e, oggi, vicepresidente della Camera. La biografia di Di Maio è la testimonianza più sicura del fatto che vuol fare sul serio – il che naturalmente non significa che sarà capace di traghettare tutto il Movimento “dalla protesta alla proposta” (come disse una volta Almirante, e come dopo di lui hanno ripetuto innumerevoli leader), né che saprà conquistare il consenso necessario a proporsi come credibile forza di governo. Ma la strada è questa, per la buona ragione che non ce ne sono altre percorribili se si vuol mantenere, e magari incrementare il 25% delle scorse elezioni.

Grillo, sebbene in un recente sondaggio Swg sia stato superato proprio da Di Maio nel consenso fra gli elettori del M5S (24% contro il 29% del vicepresidente della Camera), resta tuttora il grande catalizzatore di voti, lo sciamano capace di infondere identità e appartenenza, la bandiera e lo spirito del Movimento. Ma è percepibile la scelta di compiere almeno un passettino indietro, lasciando sempre più spazio al gruppo che si è venuto formando in questi due anni, di cui Di Maio è il leader riconosciuto, e che da qualche mese, accantonata la fatwa contro i talk show, appare sistematicamente in tv. E anche questo è un segnale.

Un altro segnale verrà da Roma, dove ancora non è chiaro con quale candidato e quale squadra il Movimento sceglierà di correre, e soprattutto se vorrà davvero correre per vincere – con il rischio, in caso di vittoria, di doversi misurare in un’impresa estremamente difficile e piena di rischi – o se si accontenterà di partecipare, mantenendo così intatta fino alle elezioni politiche l’immagine di fustigatore dei costumi altrui senza l’ingombro del governo di una grande città (nelle piccole, come Livorno, i risultati non sembrano brillanti).

Il cammino è ancora lungo, ma del resto anche le elezioni sono lontane. Aspettiamo intanto di vedere che cosa succederà a Imola, quanto la nuova classe dirigente del M5s saprà mostrarsi all’altezza dello slogan della manifestazione – “Il M5s al governo” – e quanto invece le antiche pulsioni qualunquistiche e a tratti violente potranno zavorrare la nuova fase. Che, in ogni caso, è cominciata: e faremmo bene a prenderne tutti nota.

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