I Casamonica come l’Isis, devastano la bellezza

Roma
A Rome mafia boss was given a send-off to remember on Thursday as rose petals were thrown from a helicopter and an orchestra played the theme tune of the celebrated mobster film The Godfather. Vittorio Casamonica, 65, was a prominent member of the Casamonica clan, which has been held responsible for drug trafficking, racketeering and prostitution in the area southeast of Rome. The funeral was held Thursday morning in Don Bosco church, on the outskirts of the capital. The coffin arrived in a black carriage with gilded bas-reliefs, drawn by six black horses. To welcome him, an orchestra played the theme song of the famous Francis Ford Coppola film. An image of Padre Pio adorned his coffin while posters with slogans such as "You have conquered Rome, now conquer heaven" and "Vittorio Casamonica king of Rome" appeared in front of the parish church. They portrayed Casamonica with a crown on his head and with the Colosseum and the dome of St Peter's in the background. A large crowd of people turned up to bid him farewell. "He was a good person," mourners said as they gathered at the end of the mass. After the service, the coffin was taken from the church in a Rolls-Royce and the band played the soundtrack of another famous film, 2001: A Space Odyssey.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il vero problema non è il funerale in sé, ma la rete di connivenze che ha consentito di arrivare a celebrare quello show indegno

Roma non è solo dei romani. Non è solo di chi ci vive, di chi la ama, di chi combatte qui le sue battaglie. Roma è di tutti, è la Capitale del Paese e della bellezza. E, giustamente, ha gli occhi del mondo addosso. Quasi nulla di ciò che accade può essere ridotto a questione cittadina. Men che meno se grida vendetta come il funerale del capo dei Casamonica andato in scena ieri, al Tuscolano.

Ho preferito mettere qualche ora tra quello che abbiamo visto e il dire qualcosa. Perché, per una volta, l’indignazione ha ceduto il passo allo sconforto. Perché non è semplice raccontare cosa si prova, quando quella città è la tua. Quando, nel tuo piccolo, ti impegni, con tanti altri, per costruire un presente ed un futuro diverso per quella città, di fronte ad una arroganza che sembra impossibile fronteggiare.

L’idea che, anche in un momento del genere, con una città sulla quale ancora pende il rischio dello scioglimento del consiglio comunale per mafia, Roma possa essere presa a tradimento e ferita nella sua dignità profonda, frustra chi prova a testimoniare una città sana che ha voglia di ripartire e di liberarsi dalle sue catene.

In quell’oceano infinito di cattivo gusto, in quel trionfo di volgarità, in quella tracotanza sudicia incapace di silenzio persino davanti alla morte, in quel desiderio di “prendersi il Paradiso dopo Roma” c’è una violenza simile a quella dello Stato Islamico che mette nel mirino le meraviglie archeologiche, a Palmira come a Qaryatayn. Ci rintraccio lo stesso schifo per l’arte. La stessa insofferenza per la bellezza. Che va coperta, sepolta, distrutta, infamata in un fotomontaggio, tradita dalla voglia di dominarla. Quella dei monasteri in Siria come quella della città eterna. Schiacciata dalle bombe o dalla bruttura. Invasa di Suv, elicotteri, droga, danaro, armi, odio.

Non c’è nulla di cristiano in quello show penoso, nemmeno un briciolo di misericordia. Hanno sbagliato tutti certo, ognuno per il suo pezzo. Ma è l’insieme di questi pezzi a comporre il puzzle dell’indegnità, il mosaico di un fallimento civile. Ha sbagliato chi ha permesso non un funerale, ma che quel funerale venisse trasformato in una pagliacciata. Chi ha inviato i vigili a proteggere e dirigere il traffico. Come chi non ha seguito la vicenda come si sarebbe dovuto, come chi dimostra di non aver alcun controllo sulla città.

Perché a fronte di quello spettacolo c’è questo terribile mix di lassismo, pressappocchismo, vigliaccheria, che lascia sgomenti. Questo girarsi dall’altra parte, questo ripetere “non ne sapevo nulla, non dipende da me” che atterrisce, fa cadere le braccia, sconforta nel profondo. Non è credibile non sapessero, sarebbe persino più grave. Magari hanno pensato che a ferragosto, con Roma semideserta non avrebbe fatto così scandalo, che non se ne sarebbero accorti. Ma che nessuna tra le istituzioni che hanno il dovere di controllare realtà come quelle dei Casamonica si sia premurata di evitare un simile, devastante messaggio alla città è impressionante.

Impressionante però, quanto la nostra capacità di guardare sempre il dito e mai la luna, il nostro talento nel concentrarci sulla pagliuzza più che sulla trave. Perché lo so che in punta di pura formalità, ci sono poche cose che si potevano bloccare. Ma so anche che una città in cui un elicottero si può alzare in volo senza che nessuno se ne accorga fa paura, sopratutto in ottica Giubileo. So anche che quell’ostentazione è un messaggio. Inequivocabile e ancora più forte perché arriva nei giorni in cui il primo maxi processo per associazione mafiosa viene annunciato in città. So che questo sfregio sta facendo il giro del mondo, umiliando, ancora una volta, la Capitale. E perché so, sopratutto, che quello andato in scena ieri, non era il funerale di un pluripregiudicato o di un boss latitante inseguito dalle forze dell’ordine. Ma le esequie di quello che tutti sappiamo essere il patriarca di una famiglia/clan che da decenni depreda la città, accumulando milioni di euro con le peggiori attività criminali ma non ha neanche una condanna. E questo, perdonatemi, mi fa più schifo dei cavalli, dei manifesti e della musica del Padrino.

Quel funerale è disgustoso. Ma lo è molto di più quello che è accaduto prima e che con buona probabilità continuerà ad accadere da domani. La carrozza fa scalpore ma dovrebbe farlo il fatto che questa gente abbia costruito il proprio impero criminale, quasi indisturbata. Contando sul potere della violenza e sulla forza del denaro, ma probabilmente poggiando su una rete di aiuti e di connivenze e di convenienze molto lunga. Ci deve spaventare il come siamo arrivati davanti a quella Chiesa, più che quello che è accaduto lì. Ci deve agitare il fatto che quello che chiamiamo boss, padrino, capoclan nei nostri post su Facebook o nelle ricostruzioni che leggiamo, fosse, semplicemente, un uomo libero. Perché se all’indignazione di oggi non segue la battaglia di domani, non sarà servita a nulla, se non a riempire le pagine dei giornali d’agosto.

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