I big del mondo a Parigi per salvare l’ambiente

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In pieno allarme terrorismo, la capitale blindata dal 30 novembre all’11 dicembre ospiterà la Conferenza sul clima con tutti i leader del mondo

Meno otto. Tra una settimana, in una Parigi blindata e resa irriconoscibile dalla serie di attentati terroristici che l’hanno colpita il 13 novembre scorso, 195 Stati del mondo daranno il via alla Conferenza internazionale sul clima in programma dal 30 novembre all’11 dicembre nella capitale francese. Non sarà rinviata né cancellata. Si terrà regolarmente a Le Bourget, Seine-Saint-Denis, proprio a ridosso della zona teatro del bliz anti-terrorismo delle forze speciali francesi. Sono previsti oltre 40.000 partecipanti tra le delegazioni degli Stati, le associazioni, le imprese, le Ong, il mondo della ricerca, gli enti locali, i sindacati e i media di tutto il mondo. Si tratta del più grande incontro diplomatico mai ospitato dalla Repubblica francese. Il budget complessivo della Conferenza è stimato a 187 milioni di euro, finanziato in parte dalle imprese. Appena fuori Parigi, dunque, sono attesi i leader provenienti da tutto il mondo, da Putin a Obama. Per garantire l’incolumità delle delegazioni internazionali le misure di sicurezza sono state rafforzate in ogni settore.  L’appuntamento è decisivo per trovare finalmente un accordo globale contro i cambiamenti climatici. Per questo saranno mantenuti, durante tutto lo svolgimento della Conferenza, più di 300 manifestazioni, dibattiti e conferenze all’interno dell’area “Génération climat”, gli spazi dedicati alla società civile e alle organizzazioni che si trovano sempre all’interno del sito di Le Bourget. Diversamente, al fine di evitare ogni rischio supplementare, il Governo francese ha deciso di non autorizzare le marce per il clima a Parigi e in altre città francesi previste per il 29 novembre e il 12 novembre. Sono state annullate anche le gite scolastiche previste a Le Bourget e le manifestazioni e i concerti nel resto della città. I negoziati vedono in queste ore al lavoro centinaia di esperti e delegati dei governi per consetire ai partner mondiali di concludere un accordo ambizioso per mantenere al di sotto dei 2°C il riscaldamento climatico.

Che cos’è una COP?
La “COP21” è la 21° Conferenza delle parti (in inglese la “Conference of the Parties”) della convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC in inglese). Rappresenta il principale trattato internazionale sul clima, riconosce l’esistenza di un cambiamento climatico di origine umana e attribuisce innanzitutto ai paesi industrializzati la responsabilità di contrastare questo fenomeno. È stata adottata durante il Summit della Terra di Rio de Janeiro, il 9 maggio 1992, prima di entrare in vigore il 21 marzo 1994. È stata ratificata da 195 Stati (ai quali bisogna aggiungere l’Unione Europea) parti della Convenzione. Il Protocollo di Kyoto è stato il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante che aveva come obiettivo la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Firmato nel 1997, è entrato in vigore nel 2005, e si applicava solo a 55 paesi industrializzati che rappresentano il 55% delle emissioni globali di CO2 rispetto ai livelli del 1990. Aveva come obiettivo di ridurre di almeno il 5% le emissioni di sei gas serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto e vari composti alogenati), tra il 2008 e il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Mentre alcuni Stati hanno rispettato gli impegni, i grandi paesi inquinatori non hanno raggiunto i loro obiettivi: gli Stati Uniti non l’hanno mai ratificato, il Canada e la Russia si sono ritirati e la Cina, diventata il primo emettitore mondiale di gas effetto serra non era interessata. Ormai obsoleto, il protocollo di Kyoto durerà fino al 2020 e sarà sostituito dal nuovo testo che dovrebbe essere approvato durante la COP21. Nel 2009, la 15° Conferenza delle parti, che si tenne a Copenaghen, in Danimarca, doveva permettere di rinegoziare un accordo internazionale sul clima. In quell’occasione la sfida era di coinvolgere non solo i Paesi Industrializzati ma anche quelli in via di sviluppo, per sostituire il Protocollo di Kyoto.  Ma dopo due anni di negoziati, il vertice si concluse con un fallimento: se da una parte si affermava la necessità di limitare il riscaldamento del pianeta sotto la soglia dei 2°, dall’altro il testo non comportava alcun impegno preciso di riduzioni delle emissioni di gas a effetto serra, si accontentava di esaltare la “cooperazione” per raggiungere un picco delle emissioni “prima possibile”. Durban (Africa del Sud), Doha (Qatar), Varsavia (Polonia) e Lima (Perù), hanno avuto tutte come obiettivo di preparare l’accordo nel 2015.

Quali sono gli obiettivi della COP21?
L’obiettivo della COP21 è di concludere il primo accordo globale e vincolante, a partire dal 2020 applicabile a 195 paesi per limitare l’aumento della temperatura sopra ai 2 °C rispetto all’età preindustriale. Il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite che si occupa di valutare i cambiamenti climatici stima che la temperatura sulla superficie terrestre è aumentata di 0,85°C in media dal 1880 e dovrà crescere dallo 0,3 al 4,8 °C da qui al 2100 in funzione della crescita delle emissioni di gas serra. L’accordo di Parigi ha come scopo prima di tutto la riduzione dei gas serra. Per restare nello scenario di un riscaldamento ai 2°C, deve essere raggiunto, secondo l’IPCC, la neutralità di carbonio al più tardi entro la fine del secolo. Inoltre è necessario che la quantità accumulata di emissioni di CO2 di origine umana non superi gli 800 gigatonnellate di carbonio (GtC). Ma dal 1870, gli uomini hanno già rilasciato 531 gigatonnellate di carbonio (GtC) nell’atmosfera. Ogni Paese ha presentato a fine ottobre i propri impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra. Tuttavia gli Stati manterranno la facoltà di decidere i modi e i temi per raggiungere gli impegni. L’Ue si è impegnata a diminuire di almeno il 40% entro il 2030 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Mentre gli Stati Uniti hanno fissato un obiettivo di riduzione dal 26% al 28 % entro il 2025 rispetto al 2005. Secondo punto chiave: l’accordo di Parigi dovrebbe stabilire il finanziamento per l’adattamento ai cambiamenti climatici. A Copenaghen nel 2009, i paesi sviluppati si erano impegnati a mobilitare $ 100 miliardi l’anno entro il 2020, in fondi pubblici e privati , per consentire ai paesi in via di sviluppo di impegnarsi nella lotta contro il cambiamento climatico e indirizzare le loro economie verso un modello più sostenibile. Una parte di questi fondi doveva passare attraverso il Fondo verde per il clima, un meccanismo finanziario creato dalle Nazioni Unite. Ai primi di giugno del 2015, dei 10 miliardi di dollari (9,2 miliardi di euro) di promesse fatte da una trentina di paesi per finanziarlo, solo 4 miliardi di dollari erano stati effettivamente versati.

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