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Formalizzato l’accordo per raffreddare il riscaldamento globale

Dopo una lunga e molto boicottata maratona negoziale iniziata a Rio de Janeiro e durata l’enormità di ben ventiquattro anni, a poco più di quattro mesi dai miracolosi accordi del 12 dicembre di Parigi, il mondo riunito ieri da Ban Ki-moon a New York ha iniziato finalmente a giocare la doppia grande sfida, globale e locale, del clima e dell’energia. La diplomazia climatica che nella Cop21 aveva ratificato un accordo “efficace, equilibrato, durevole e vincolante”, nella solennità del palazzo di vetro dell’Onu, e nella Giornata simbolo mondiale della Terra, ha formalizzato l’accordo per raffreddare il riscaldamento globale, il nostro peggior nemico, un nemico naturale perché naturali sono gli eventi prodotti dalla macchina del clima che da che mondo è mondo oscilla tra caldo e freddo e modifica gli ecosistemi terrestri.

Può essere frenato il trend che abbatte record su record? Solo frenando l’uso e l’abuso di gas serra che negli ultimi 150 anni di storia industriale e in sole tre generazioni, un infinitesimo matematico, un semplice flash nella storia biologica del pianeta, sono stati sparati in atmosfera in tali abnormi quantità da aver trascinando il pianeta sull’orlo di vampate di calore ed eventi climatici opposti e sempre più estremi. Nessuno Stato può più permettersi il lusso di bluffare o nascondersi dietro i tecnicismi. Tanto più che i grandi e i piccoli della Terra, come i lupi di Wall Strett o delle compagnie di riassicurazione mondiale, sanno bene che il global warming è la variabile economica che sta ingoiando ingenti capitali nel baratro dei disastri naturali da dissesto atmosferico. Il mondo assiste da due decenni almeno al costante superamento di ogni soglia di temperatura, di numeri e costi di alluvioni e uragani, siccità e incendi.

Dal 1970 quasi 9.000 catastrofi meteo hanno provocato oltre due milioni di morti, stima l’Atlante della World Meteorological Organization. E le grandi migrazioni per le immense povertà da carenze di acqua e cibo sono un cerchio crudele che avvolge ormai anche noi. Ieri, dunque, l’assemblea mondiale di 171 Paesi ha dato avvio al processo concreto di firma e deposito dello strumento nazionale di ratifica dell’Accordo sul clima. Non a caso le prime ratifiche sono arrivate dalle Fiji, da Palau, dalle Isole Marshall e dalle Maldive, atolli da sogno ma anche isole di partenza di rifugiati climatici che rischiano per l’innalzamento dei mari entro il secolo in corso. Cina, Usa e Canada, insieme il 40% delle emissioni globali, hanno annunciato l’approvazione in tempi rapidi, e l’entrata in vigore potrebbe essere anticipata nel 2017, quindi prima della data prevista del 2021. Ci sono mille ragioni che spingono tutti i paesi – industrializzati e in via di sviluppo, ricchi e poveri, a rischio alte maree o al riparo da rischi incombenti – a dare inizio alla fine dell’era fossile.

La cartina di tornasole sarà ora la messa a regime dei meccanismi finanziari concordati a Parigi per il trasferimento di tecnologie per la produzione energetica pulita nelle aree meno sviluppate a spese dei paesi industrializzati, una partita di qualche centinaio di miliardi di dollari, e dei sistemi di validazione scientifica dei controlli trasparenti sui target nazionali di lungo periodo per la soglia di 1,5 °C e l’obiettivo di arrivare nella seconda parte del secolo ad un bilanciamento tra emissioni e accumulo di CO2 per dimezzare la velocità del global change. Quello di ieri, non solo simbolicamente, è stato dunque un passo avanti notevole, quasi insperato fino a pochi mesi fa. Che cambia anche la mappa degli equilibri, e dà al mondo una speranza in più. Per l’Italia è la conferma di un percorso avviato, come ha spiegato Matteo Renzi nel suo discorso.

Oggi i nostri parametri ci vedono nel gruppo di testa con una leadership invidiabile nel settore delle rinnovabili, ma la partita si allarga ai settori dell’industria, dell’edilizia, della mobilità, dell’agricoltura. Tutti sanno che il costo del non fare sarebbe alto e inaccettabile, come ha ammonito Papa Francesco con la sua rivoluzionaria l’Enciclica “Laudato sii” aiutando a sbloccare l’Onu paralizzato da mille veti incrociati. Il pontefice è uno dei principali testimonial del pianeta. Ma se il mezzo miracolo c’è stato, ora serve il miracolo tutto intero per la nostra specie umana che stavolta fa la parte degli orsi polari e dei pinguini in bilico sui lastroni di ghiaccio che si assottigliano.

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