Guidare il mondo anziché subirlo

Dal giornale
Clima COP21

La base dell’intesa sul clima: condividere responsabilità

È giusto attribuire alla conclusione del Vertice di Parigi sul Clima (COP 21) l’importanza storica propria delle grandi decisioni politico-diplomatiche, in cui la comunità internazionale trova la forza della convergenza, anziché della difesa degli enormi interessi divergenti di ciascuna parte in causa. Prima di riassumerne i punti positivi – ed evidenziarne le debolezze – è giusto sottolineare il notevole valore del compromesso unitario raggiunto sabato scorso a Le Bourget.

Esso riguarda, infatti, materie di immane complessità. Tanto complesse da attraversare, nei fatti, le scelte più difficili per il nostro secolo: la salute del Pianeta, innanzitutto, e la stessa possibilità di una durevole convivenza tra l’Uomo e la Natura (ciò che chiamiamo Sostenibilità), nell’era dell’Antropocene; le prospettive economiche e produttive del mondo sviluppato, non più assoluto egemone, e l’avanzata, tutt’altro che lineare, dei mondi emergenti; la rivoluzione energetica, che è indispensabile a fronte dell’ulteriore crescita della popolazione mondiale e del diritto universale ad accedere ad energia, acqua, alimentazione decenti; il destino di una parte dell’umanità che vive in paesi poveri a rischio di desertificazione, o di essere sommersi dai mari, con la conseguente crescita di migrazioni.

Scelte che interrogano il valore stesso dell’equità, su cui dovrebbe fondarsi la vocazione più intima della politica moderna: un concetto che è difficile da affermare nelle nostre società, e lo è esponenzialmente di più nello spazio globale interconnesso, e in un tempo che scorre veloce, più che in qualunque precedente epoca storica. Se i cambiamenti climatici, alla lunga, vedono tutti perdenti, sappiamo che alcuni attori (non solo statali!) perdono di più – anche in termini di ridimensionamento di potere e ruoli strategici – mentre altri vedono addirittura dei guadagni intermedi nel mondo che si surriscalda (dall’indebolimento maggiore di alcuni concorrenti, alla conquista di grandi spazi oggi impraticabili, e domani coltivabili, oppure navigabili, solo per fare due esempi). Dunque, gli stessi Paesi che ogni giorno si contrappongono per l’approvvigionamento e i prezzi dell’energia e delle materie prime, per la prevalenza finanziaria, o con le guerre per procura, a Parigi hanno scelto di condividere una responsabilità di lungo termine. Cosa dobbiamo associare ad un segno più, nell’Accordo, e cosa ad un punto interrogativo, o ad un segno meno? Cominciamo dai principali punti positivi.

L’unanimità. Se guardiamo alla rimonta dei particolarismi, e dei nazionalismi, all’espansione di populismi basati sulle paure e le incognite del mondo che cambia, va detto che le classi dirigenti internazionali riunite a Parigi hanno scelto di guidare un processo, anziché piegarsi alle conseguenze di queste paure. 195 soggetti hanno eliminato, grazie a un’accurata gestione diplomatica e tecnica, la lista delle differenze, che aveva riempito di parentesi e virgolette i fluviali testi preliminari. Si può anche aggiungere che le vittime dell’ISIS a Parigi, un mese prima della conclusione del Vertice, hanno esercitato una discreta ma reale moral suasion nei confronti delle delegazioni presenti. Mai avrebbe potuto ripetersi, con il sangue ancora grondante di quella mattanza contro le nostre Civiltà, l’abdicazione dalle decisioni che si era registrata, in particolare, nel2009 a Copenaghen.

Un grado e mezzo. Tutti sappiamo che gli Obiettivi Nazionali raccolti alla vigilia di Parigi porteranno il mondo ben oltre il target di limitare entro i 2° l’innalzamento della temperatura media terrestre a fine secolo. Dunque, abbassare quel target sotto i 2°, verso 1 grado e mezzo, rappresenta forse la migliore risposta a ciò che si chiama business as usual: non solo a seguito della ribellione degli Stati del Pacifico a rischio di sommersione, ma proprio nell’indicazione di un obiettivo più appropriato, più difficile, più ambizioso. È stato condiviso: nessuno potrà nascondersi dietro pseudoscetticismi e propagande elusive. Verifica, finanza, nuovi meccanismi. Gli obiettivi di ogni firmatario (gli INDC presentati prima di Parigi) dovranno essere verificati, sotto l’osservazione dell’opinione pubblica, ogni 5 anni.

Non è un indirizzo vincolante. Ma il fatto che ogni Paese abbia preso degli impegni pubblici abbastanza precisi restituisce all’opinione pubblica mondiale – oltre che alle popolazioni che soffriranno già nei prossimi anni le conseguenze estreme dei cambiamenti climatici – dei riferimenti sugli obblighi di ciascuno. Non più un richiamo universale – e, in realtà, non funzionante – come a Kyoto, ma dei riferimenti differenziati e più pragmatici. Il Fondo degli impegni dei Paesi Sviluppati – 100 miliardi di dollari all’anno- entrerà in funzione nel 2020, dunque in parallelo con gli impegni dei paesi di nuovo sviluppo. Infine, va registrato il riferimento a due meccanismi per ridurre le emissioni (uno di mercato, e l’altro per il trasferimento di tecnologie e capacity building). Azioni che, assieme a quelle di educazione e informazione climatica, dovrebbero trarre esperienza dalla debole prova del Carbon Market europeo e dalla necessità di uscire finalmente dalla trappola della complicazione iniziatica dei linguaggi e dei labirinti tecnici.

Le criticità. Ne riparliamo nel 2020. L’entrata in vigore tra 5 anni dell’Accordo di Parigi è un tempo troppo lungo. Considerando che non sono necessarie ratifiche da parte di diversi Parlamenti (in particolare, la proibitiva graticola del Congresso USA), si tratterà di entrare subito con i piedi nel piatto dei processi di entrata in vigore e attuazione, con misure e provvedimenti che consentano di rendere al più presto credibile l’obiettivo di 1° e 1/2, visto che l’accumulo di CO2 in atmosfera, nella previsione dei “picchi” di emissioni nei prossimi 15-20 anni, renderebbe tecnicamente impossibile conseguire davvero questo traguardo.

Né vincoli, né prezzo del Carbonio, né obiettivi precisi. L’espressione-clou più critica di Parigi è: «Il più presto possibile», riferita al raggiungimento dei picchi delle emissioni. Senza prezzo del Carbonio, tutto il dibattito e i documenti della COP21 rischiano di atterrare sul nulla, lo sappiamo. Perché queste scelte, queste strategie, hanno una base economica imprescindibile. La graduale, ma certa, fuoriuscita dalla dipendenza dai combustibili fossili è indicata per la seconda metà del nostro secolo, con la parità tra emissioni e assorbimento. Troppo tardi. Ovviamente, un accordo universale non sarebbe stato sottoscritto né dai Paesi produttori, né da quelli – India, per prima – che prevedono una dipendenza accresciuta per il loro sviluppo economico dalle fonti fossili (carbone, petrolio, gas). Non si otterrà alcun risultato senza che le condizioni economiche di questa gradualità siano state definite attraverso meccanismi di mercato, di investimenti nei PVS attraverso la finanza internazionale, di incentivi e compensazioni a favore di ricerca e sviluppo delle nuove prospettive energetiche e dell’assorbimento della CO2.

I grandi assenti. Trasporti aerei e trasporti marittimi (pur vicini al 10% delle emissioni globali) sono rimasti fuori, perché transnazionali, dall’Accordo di Parigi. E così, salvo riferimenti importanti ma non centrali, le proposte innovative presentate nella Conferenza italiana promossa a Montecitorio il 23 aprile dal Centro per un Futuro Sostenibile: eliminare subito i gas HFC (gli idrofluocarburi, altamente inquinanti e facilmente sopprimibili); accelerarne la funzione di assorbimento preservando e accrescendo il buon governo delle Foreste, tutelare l’agricoltura sostenibile, dimezzare lo spreco alimentare (temi che riguardano l’Italia, dopo l’Expo di Milano, e per la presenza a Roma della FAO e delle agenzie specializzate ONU). È il caso di intraprendere anche misure asimmetriche, che potrebbero portare benefici fondamentali senza dover ricorrere a complicati negoziati universali. Col vantaggio di coinvolgere nuovamente l’opinione pubblica – sicuramente rimasta “fredda” rispetto alle ultra-complesse 21 tornate di trattative globali sino a Parigi – e di accelerare miglioramenti sensibili per l’ambiente e il Clima.

Una conclusione va dedicata ai quattro protagonisti di Parigi. La diplomazia francese ed europea; piegata dal terrorismo, ma ancora capace di guidare processi di importanza globale, l’Unione Europea deve ora prendere il coraggio di rendere efficace l’Unione Energetica, e di definire un nuovo ed efficace paradigma di sviluppo “verde”, come una delle rare possibilità di recupero della sua identità e forza politico-economica. Qui il governo italiano deve e può fare molto. La Cina, che soffre gravemente di polluzione, essendo tuttora la “fabbrica del mondo”, gioca sulla riduzione dell’inquinamento nei cieli urbani e industriali il consenso della propria classe media, e ha in mano la capacità di dare un contributo decisivo alla riduzione dell’inquinamento globale. Le piccole isole e i paesi più svantaggiati, che non hanno ottenuto garanzie finanziarie sui danni (loss and damages), né impegni per i “rifugiati climatici”, ma hanno affermato un ruolo morale e politico molto maggiore della loro dimensione economica. E gli Stati Uniti, con il Presidente Obama che è riuscito a eludere la resistenza della Destra repubblicana e del Congresso (non dimentichiamo, peraltro, che tre conservatori atipici, Bloomberg, Schwarzenegger, e Bill Gates, sono stati a Parigi non meno protagonisti di Al Gore…). Accusato di indecisionismo in politica estera, Obama ha assunto un ruolo decisivo di broker del compromesso con la Cina, prima, e infine con l’India, restituendo alla democrazia americana un ruolo importante nelle sfide per l’ambiente globale. Le lezioni di Parigi sono molte. Influenzeranno la politica e la politica economica – oltre ad ambiente, energia e, speriamo, Clima – di questo XXI secolo.

 

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