Gualmini e Vassallo sbagliano, combattono l’errante anziché l’errore

Riforme
costituzione

Da “ricercatori” si deve condurre il discorso su di un altro piano, altrimenti si finisce per fare il mestiere del polemista

Chi scrive ha cinquantotto anni e quest’anno ne compirà cinquantanove. E’ ordinario di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università degli studi Roma Tre. Non ha mai rivestito cariche politiche o istituzionali di sorta. Non ha neppure firmato gli appelli fin qui promossi circa la recente revisione costituzionale, ivi compreso quello ad iniziativa di Valerio Onida ed Enzo Cheli oggetto degli strali polemici dell’articolo di Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo titolato “Cari Professori del No…”, pubblicato sull’Unità di qualche giorno fa, essenzialmente per una certa idiosincrasia maturata in questi anni nei confronti della “forma” in questione. Né, infine, sente di possedere i requisiti richiesti per essere annoverato nella categoria dei professoroni, tanto invisa al presidente del Consiglio e agli estensori dell’articolo appena citato, qualunque sia il significato da attribuire a questa (spregiativa?) qualificazione. Sia in caso si alluda con essa all’anzianità anagrafica, ovvero si faccia leva sulla autorevolezza scientifica o, infine, ci si riferisca al ruolo politico-costituzionale rivestito, lo scrivente ritiene – sia pur con grado crescente di consapevolezza, che va, per i vari profili indicati, dal ragionevole, all’abbastanza certo sino ad arrivare all’assolutamente sicuro – di doversi accontentare del solo appellativo di professore e di non poter ambire all’accrescitivo.

Tutto questo rende al sottoscritto una certa condizione di libertà da problemi di appartenenza o etichettatura in modo da consentirgli di articolare qualche considerazione sull’articolo-risposta di Gualmini e Vassallo che – si spera – possa essere al riparo da letture influenzate dal filtro pregiudiziale delle faccende di schieramento o collocazione.

Ciò che mi (passo alla prima persona perché la “finzione” della terza non può reggere a lungo) ha particolarmente colpito, attirando l’attenzione è, più che il valore degli argomenti utilizzati, lo stile complessivo della risposta. È su di esso che intendo soffermarmi in queste poche righe.

Confesso che nello scorrere lo scritto ho avuto più volte la tentazione di verificare la data del giornale: ho infatti ripetutamente provato la sensazione di essere tornato molto indietro nel tempo, all’epoca della guerra fredda, quando l’allora Partito comunista non disprezzava utilizzare metodi di polemica politica in cui, prima ancora che sulle idee, si puntava sull’avversario, cercando di denigrarlo e di minarne la credibilità attraverso attacchi indirizzati alla sua sfera personale. Così che si trasformava l’avversario in nemico, l’antagonista in reprobo.

Ebbene, una buona parte dello scritto in questione è per l’appunto dedicata alla polemica personale nei riguardi dei 56 sottoscrittori piuttosto che a quanto da essi sottoscritto.

Con linguaggio sottilmente sarcastico, ci si riferisce alla contraddizione dei “cauti riformatori” che non sono stati capaci di cogliere l’opportunità della riforma costituzionale – preda taluni del mito della Costituzione per definizione intoccabile, altri della fascinazione sofocratica – e che tuttavia hanno per contro dimostrato un’ottima capacità di afferrare l’opportunità di prebende e benefit dispensati da incarichi istituzionali ben remunerati. Saggi, sì, ma anche ben scaltri!

Si passa poi a sottolineare l’età anagrafica del gruppo dei sottoscrittori, la cui anzianità è paragonata a quella delle decadenti istituzioni a cui la riforma intende metter mano, e a sospettare  l’esistenza di un certo qual senso di frustrazione discendente dalla mancata considerazione del premier-plebeo – che fa le riforme senza compulsare coloro che si sentono unici detentori delle “massime conoscenze teoretiche”; non ne frequenta i convegni, anzi “li schifa”; né li invita a pranzo o li promuove a ruoli importanti – il quale sarebbe verosimilmente all’origine dell’appello, che appare animato da “un senso di rivalsa, condito da un certo disprezzo”.

Ora, a me pare che questo non sia il modo di discutere accettando la regola del contraddittorio e della confutazione delle idee pure richiamata  in apertura dell’articolo. La discussione, per quanto aspra, richiede il rispetto dell’interlocutore, non la sua irrisione; quel rispetto che pure si dice nell’incipit di riconoscere nei confronti del gruppo dei sottoscrittori – “grande rispetto per voi e per il documento diffuso” – e che tuttavia manca totalmente nel resto dello scritto, dando a quell’incipit il tono della presa in giro.

Ebbene, se si è “ricercatori” – come pure Gualmini e Vassallo riconoscono essere – allora si deve condurre il discorso su di un altro piano: bisogna cioè combattere l’errore e non l’errante, per usare la fraseologia della Pacem in terris di Giovanni XXIII, piuttosto che confonderli o mescolarli assieme, altrimenti si finisce per fare il mestiere del polemista.

Cavarsela dicendo che si è semplicemente “posto un problema riguardo alla composizione del gruppo dei 56” o che il riferimento all’età media del gruppo dei sottoscrittori era finalizzato a dare “un indicatore dei criteri di autoselezione del gruppo che riflettono alcune caratteristiche delle élite del nostro paese” – come fanno gli stessi Gualmini e Vassallo in un successivo intervento, sempre sull’Unità, in risposta ad un articolo di Marco Travaglio – mi sembra davvero riduttivo e poco rispondente alla realtà dei fatti.

Né poi può essere utile a minimizzare, il rilievo per cui la parte dedicata alla condizione personale del gruppo dei 56 occuperebe meno di un terzo dell’intero articolo, il resto essendo destinato “al merito delle posizioni […] espresse sulla riforma”. Invero, il fatto di averla posta in premessa, assegnandole uno spazio notevole, finisce per offuscare l’analisi contenutistica, insinuando nel lettore l’idea che gli argomenti utilizzati a sostegno della riforma risultino inquinati dalla polemica personale.

Concludo con un’ultima personale osservazione.

L’articolo-risposta si chiude con l’accusa di insensibilità per il contesto “in cui la riforma è maturata e verso gli effetti di una [sua] bocciatura”, la quale farebbe perdere al nostro Paese ancora una volta l’appuntamento con il necessario ammodernamento del suo impianto costituzionale, rinviandolo sine die ed aprendo nel contempo la strada, almeno in un immediato futuro, al perpetuarsi di una dinamica politica attraversata da immobilismo, instabilità e conflittualità permanente. Questa preoccupazione – che i 56 sottovalutano o paiono non nutrire – dovrebbe di per sé spingere ad approvare la riforma che, sia pur perfettibile, rappresenta ad oggi la migliore soluzione possibile per assicurare quel rinnovamento delle istituzioni repubblicane che molti ormai (e da tempo) ritengono un obiettivo ineludibile.

Ora, questa idea della riforma perfettibile e purtuttavia da approvare – che sento circolare molto fra i sostenitori della revisione – a me sembra pericolosa. Nel senso che, se da un lato attesta un’ovvietà – quella della perfettibilità è qualità delle Costituzioni, come delle loro riforme, semplicemente perché parti dell’umano intelletto – dall’altra suppone che l’urgenza della decisione debba far premio sulla bontà del decisum. Capisco bene che nella politica, come nella vita, c’è un tempo della discussione e del confronto e uno della decisione; comprendo anche che il procedimento di revisione costituzionale ha tempi non brevi e che gli equilibri politici incerti espongono al rischio di bocciature; tuttavia, dovendosi decidere sulle regole apicali del nostro ordinamento e quindi prendere la massima delle determinazioni politiche, il decisore che sia consapevole ex ante che il suo decisum contempli ombre accanto a luci si dovrà sforzare, quanto più possibile, di diradare le prime per espandere le seconde piuttosto che accettare le prime come un male necessario, prezzo da pagare alla necessità di chiudere il discorso.

Insomma, altra è la difettosità di una scelta rivelata a valle dall’esperienza successiva, altra è la difettosità individuata a monte e tuttavia non rimediata. Tanto più laddove la scelta sia di quelle decisive per una intera comunità politica.

Altrimenti si rischia di trattare la Costituzione come un qualsiasi decreto legislativo che si adotta, secondo una prassi ormai invalsa, nella consapevolezza di una sua successiva integrazione e correzione. Ma le Costituzioni non sono fatte per questo e non sono votate alla instabilità propria dell’ordinario provvedere normativo. A quest’ultimo proposito, vale la pena di rammentare (ed è la stessa relazione illustrativa al disegno di legge di revisione appena approvato dalle Camere a darne conto) le conseguenze negative prodotte da una riforma “perfettibile”, come quella del 2001 sul titolo V, le cui ombre sono all’origine di un quindicennio applicativo ad alta conflittualità Stato-Regione, capace di produrre un contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale i cui costi anche solo in termini ordinamentali sono a tutti noti.

Dunque, i difetti delle costituzioni – e quella revisionata dal ddl Renzi-Boschi ne è provvista di più di quanto gli stessi sostenitori della riforma peraltro ammettono (ma qui purtroppo non ho il tempo di dimostrarlo) – rischiano di far pagare ai sistemi di riferimento prezzi assai più salati dello slittamento temporale della decisione necessario a rimediarli. E pensare di ovviare, confidando in attuazioni legislative o in applicazioni giudiziali a valenza ortopedica è – come ancora l’esperienza post-duemilauno mostra – illusorio.

Pertanto, il fatto che si accettino consapevolmente le ombre e si pronunzi comunque il tiremm innanz, mi fa pensare che chi decide sia mosso dalla necessità di capitalizzare la decisione, che debba cioè metterla a bilancio. E ciò evidentemente conta in questo momento più di ogni altra cosa.

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