Grillo e gli europeisti liberali: una farsa durata 24 ore

M5S
Una combo con immagini del leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo (d) e del capogruppo dell'Alde, Alleanza dei democratici e dei liberali per l'Europa, il belga Guy Verhofstadt. Roma, 9 gennaio 2017. ANSA

I due opposti, in Europa, stavano per incontrarsi e dare luogo a un compromesso “epocale” più che storico

Il Movimento Cinque Stelle è un partito essenzialmente antiparlamentarista, giustizialista (la virata “garantista” è stata prontamente smentita da Beppe Grillo), euroscettico e, sul piano economico-monetario, sovranista e autarchico: un suo eventuale matrimonio d’interessi con gli europeisti liberali, a Bruxelles, sarebbe stato funzionale in termini strategici, ma avrebbe compromesso irreparabilmente l’immagine di ambedue i fronti e perfino delle istituzioni europee. Il danno s’è consumato comunque, seppur in misura minore: l’accordo fra Grillo e Guy Verhofstadt aveva segretamente avuto luogo – e per di più era stato ratificato da qualche decina di migliaia di internauti grillini, nella solita pantomima delle consultazioni online –, prova inequivocabile che i due leader sono disposti a subordinare a esigenze machiavellicamente pragmatiche l’identità politico-ideologica dei rispettivi partiti.

L’episodio si presta a una duplice lettura. Si è manifestato, in primo luogo, l’ennesimo sintomo della patologia “genetica” che affligge il Movimento Cinque Stelle: la “parlamentarizzazione” – nazionale e sovranazionale – di un’entità politica nata dall’ostilità ai sistemi rappresentativi (sostituiti, nella distopia rousseauiana propinata ai militanti grillini, da una cyberdemocrazia plebiscitaria) genera naturaliter delle contraddizioni, degli imbarazzi che si traducono in goffaggine strategica e di conseguenza mediatica. Qualunque partito antisistema, in quanto tale munito di un bagaglio ideologico minimal fatto di ostilità oltranzista allo status quo e della vaga promessa di una palingenesi prossima ventura, facendo i conti con la propria vocazione maggioritaria attraversa una fase di transizione da forza di opposizione a forza di governo durante la quale, normalizzandosi, perde buona parte della propria identità – assieme al vantaggio di non dover formulare un programma realizzabile e al dovere di scendere a compromessi per poterlo attuare almeno parzialmente: del resto il Parlamento, anche nel più maggioritario dei sistemi, è il tempio del compromesso, con buona pace dei grillini e della loro mistica della purezza.

Secondariamente, se una cospicua quota di europarlamentari dell’Alde non avesse fatto provvidenzialmente naufragare il patto che Verhofstadt ha sua sponte siglato con Grillo (così dimostrandosi liberali anche nella prassi, a differenza degli europarlamentari pentastellati che lo hanno avallato senza fiatare) anche l’aggettivo “liberale” sarebbe stato definitivamente degradato a mera etichetta, la banalizzazione dell’intera tradizione politico-culturale che esso qualifica avrebbe certificato “scientificamente”, quantomeno in sede comunitaria, quella liquefazione delle identità ideologiche concettualizzata dal compianto Bauman (che è già in uno stadio avanzato nell’intero “arco costituzionale” europeo: proprio l’Alde, in passato, ha ospitato l’Italia Dei Valori, un partito orgogliosamente giustizialista).

La nozione di “liberalismo” ha subito, col passare del tempo, numerosissime torsioni concettuali, come la stragrande maggioranza delle dottrine elaborate nei secoli XIX e XX. Ma se sul piano economico e sociale il concetto è stato stiracchiato sino a collassare – Keynes pretendeva che le sue ricette economiche venissero ritenute liberali; in America i “liberals” sono, secondo l’appropriatissima definizione di Giovanni Sartori, “i socialisti di un Paese senza socialismo” –, il costituzionalismo resta, in termini politico-giuridici, il fortilizio teorico al di fuori del quale la dottrina liberale smette di essere tale. E se, verbalmente, il Movimento Cinque Stelle sposa la retorica de “la Costituzione più bella del mondo” o perfino il complesso del tiranno (hanno più volte ribadito, durante la campagna referendaria, di temere «l’uomo solo al comando»: una contraddizione in termini, per un partito azienda verticistico-personalista), nella prassi tanto gli eletti quanto gli elettori hanno interiorizzato come si deve la dottrina rousseauiana: coloro sui quali non è calata la pentecoste della Volontà Generale (che, secondo il filosofo ginevrino, giace latente in ciascuno di noi in attesa di esser ridestata da un novello Licurgo, nella fattispecie Beppe Grillo) vanno squalificati con qualunque mezzo dall’agone sociopolitico. Nell’illusione della democrazia diretta – che in realtà, com’è noto, è semmai eterodiretta da un capo carismatico divinizzato dalle masse – qualunque “volontà particolare” va fagocitata anziché tutelata: sono i fondamenti filosofico-politici dell’assolutismo, esatto contrario del liberalismo. I due opposti, in Europa, stavano per incontrarsi e dare luogo a un compromesso “epocale” più che storico: una farsa vivaddio neutralizzata nel giro di 24 ore.

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