Grillo, Berlusconi e la lunga risacca del proporzionale

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Ora sta al Pd respingere la voglia di Prima Repubblica

Il 2017 potrebbe chiudere la fase della politica italiana iniziata nel 1993. Con un clamoroso ritorno al proporzionale e ad un sistema politico fondato di nuovo sul primato dello scambio fra i partiti a scapito della trasparenza del rapporto fra politica e società. Come per certe malattie genetiche, la Terza Repubblica soffrirebbe di quelle della Prima (ma senza la grandezza dei partiti di massa a presidio degli interessi del popolo) e lo “scettro” tornerebbe dunque completamente in mano alle segreterie e alle correnti.

Sarebbe un esito sorprendente della Seconda Repubblica che fra le altre cose imbriglierebbe Matteo Renzi in un ruolo non suo, più simile a un Giulio Andreotti che a un Tony Blair (ma sarebbe egli disponibile a questa improbabile metamorfosi?). I segnali in questa direzione si sono moltiplicati negli ultimi giorni. L’ha segnalato Francesco Bei sulla Stampa riferendo delle nuove macchinazioni di Verdini, che vorrebbe una legge proporzionale con premio di maggioranza: ma magari si trattasse solo di questo! La tentazione restauratrice ci sembra di più ampio respiro: un cambio persino psicologico, culturale, oltre che politico. Con un ritorno alla frammentazione, alla eccitazione dei particolarismi, alla rinuncia definitiva al Progetto.

La svolta proporzionalista di Grillo – prontamente colta da un Berlusconi da tempo ormai appagato dalla conquista di qualche strapuntino di potere – segnala indirettamente la voglia di M5S di governare coalizzandosi con altri, dato il fallimento di Roma: potrebbe essere che la “purezza”, intesa come solitudine, ora gli faccia paura? Così come è evidente l’obiettivo dei fautori del No di sinistra, a partire da Massimo D’Alema: battere Renzi al referendum per tentare di costruire una nuova (nuova?) forza di sinistra del 5,6 o 7% buona per trattare da sinistra un programma e una coalizione di governo. Il solito vecchio caro schema.

Ovviamente, questa lunga risacca proporzionalista tornerebbe utile a una Lega viceversa marginale, e solleticherebbe antiche passioni centriste di vario tipo, sempre vive sotto la pelle della politica nostrana. Tutto questo significherebbe la morte di ogni prospettiva bipolarista, e in prospettiva forse anche la messa in discussione delle forme italiche di “presidenzialismo” che bene hanno funzionato, dai sindaci ai governatori di Regione, tornando magari non ai cento fiori del ’68 ma alle camarille denunciate nella famosa intervista a Scalfari da Enrico Berlinguer.

Uno tsunami di questo genere – va da sé – trascinerebbe nei detriti il partito a vocazione maggioritaria provocandone una esplosione in due, tre o quattro partiti: rivedremmo il nipotino del Pds, forse il nipotino del Ppi. È chiaro infatti che il ritorno al proporzionale implica la fine del Pd e dunque che sta al Pd, se non vuole morire ancora bambino, lottare per respingere la folle voglia di Prima Repubblica che si aggira nei Palazzi della politica, spingendo più avanti il disegno di innovazione che è nel suo dna. Al referendum si vota anche su queste cose: non su Matteo Renzi ma sulla Restaurazione del vecchio sistema politico.

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