Grazie Umberto Eco

Cultura
Umberto Eco durante la conferenza stampa di presentazione del Festival della Comunicazione, Milano, 20 aprile 2015.  
ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

È stato l’intellettuale italiano più capace di portare la profondità del pensiero e del linguaggio nel nuovo tempo, capace di occuparsi criticamente di Mike Bongiorno e di Superman

Per citare il brano di un suo articolo sul Corriere d’Informazione del 1963 ho compiuto un’operazione che a Umberto sarebbe piaciuta. Sono andato, sul mio computer, a consultare l’archivio del Corriere della Sera, meritoriamente messo in rete, qualche settimana fa, dal giornale.

In esso sono comprese tutte le edizioni, di tutti i giorni, dal 1876 a oggi. Un patrimonio immenso, reso universale o quasi, visto che è richiesto un canone di abbonamento simile a quello di Spotify o di Netflix. Un giacimento di memoria, di documentazione, di storia prezioso come una gemma. Nel numero del 6 agosto del 1963 Umberto Eco recensisce un convegno, svoltosi a Perugia, in cui si erano confrontati filosofi e scienziati di varie, “nuove”, discipline.

C’erano psicanalisti, cibernetici, biologi ed esperti di nuove tecnologie. Il tema era cercare di capire se i tumultuosi mutamenti di quel tempo fossero in grado di mettere in discussione la “eternità” delle visioni filosofiche o se esse non fossero invece revocate in discussione dalle mutazioni, culturali e antropologiche, che si stavano profilando. Non dimentichiamolo, erano passati diciotto anni dalla caduta di Hitler, l’uomo era arrivato nello spazio e , di lì a sei anni, sarebbe giunto sulla superficie lunare. Un momento della storia in cui la guerra sembrava lontana, superato lo scoglio della crisi di Cuba, e il mondo appariva immerso in una nuova, inebriante primavera, di cui erano segno e simbolo i Beatles, Cassius Clay, l’automobile, la piena affermazione della televisione che costruiva, per la prima volta, miti e immaginario globali.

Quel mondo in rivoluzione guardando il quale il pensiero contemporaneo si sarebbe diviso tra «apocalittici» e «integrati». Una divisione che non è finita e che ha antichi origini. Ne parla Umberto in quell’articolo, un pezzo apparentemente da cronista che riferisce di un convegno. Apparentemente. Apparve sulla terza pagina di un giornale sulla quale, altre volte, si era trovato, a soli trent’anni, in compagnia di Montale, Del Buono, Guglielmi. Tutti insieme, tutti sulla stessa pagina. Quando i giornali erano prima di tutto una koinè intellettuale. E le parole erano un bene prezioso, un diamante da cesellare.

Nell’articolo sul convegno Umberto cita il Fedro di Platone e, in particolare, il dialogo tra il Re Thamus e il dio Theut che illustrava al sovrano il valore delle nuove scoperte. Scrive Platone: «Quando Theuth venne alla scrittura disse: “Questa conoscenza, o faraone, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare: è stata infatti inventata come medicina per la memoria e per la sapienza». Ma quello rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di dar vita alle arti, e chi invece di giudicare quale danno e quale vantaggio comportano per chi se ne avvarrà. E ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa è in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di chi l’avrà appresa, perché non fa esercitare la memoria. Infatti, facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno i ricordi dall’esterno, da segni estranei, e non dall’interno, da se stessi. Dunque non hai inventato una medicina per la memoria, ma per richiamare alla memoria. Ai discepoli tu procuri una parvenza di sapienza, non la vera sapienza: divenuti, infatti, grazie a te, ascoltatori di molte cose senza bisogno di insegnamento, crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti».

Eco, riassumendo il dialogo che qui abbiamo riportato integralmente, scrive la sua opinione: «Ora, dopo alcune migliaia di anni, noi sappiamo benissimo che quella sconcertante invenzione che era la scrittura non ha affatto diminuito l’uomo ma lo ha anzi arricchito; e che non c’è stata alcuna perdita di interiorità, anzi, il contrario. Ma mettiamoci nei panni di re Thamus: egli aveva presente una certa concezione dell’uomo e l’invenzione di Theut veniva a sconvolgergliela, a frantumargliela. Ci voleva un grosso atto di fiducia nell’avvenire e nelle possibilità dell’uomo, per capire come sarebbero andate le cose. Non era più comodo afferrarsi istericamente alla vecchia immagine, già rodata dai secoli, e cercare di difenderla con tutte le proprie forze?».

Eco è stato Theut, ha scrollato di dosso alla cultura italiana retaggi di ideologia e la vecchiezza della classificazione di ciò che era alto e ciò che era basso, di ciò che aveva diritto di cittadinanza e di ciò che era da collocare nel limbo dove certa cultura conservatrice e certo dogmatismo marxista depositava ciò che piaceva, semplicemente interessava, alla gente comune.

Vogliamo ricordare il fastidio con cui venne accolta, incompresa, la commedia all’italiana ritenuta il tradimento del neorealismo o il sopracciglio levato e sdegnato con il quale si guardava alla affermazione della televisione? Anche parlando del piccolo schermo, Eco è stato Theut, quando ha spiegato il valore della televisione: «È grave non rendersi conto che, se pure la tv costituisse un puro fenomeno sociologico sino ad ora incapace di dare vita a creazioni artistiche vere e proprie, tuttavia proprio come fenomeno sociologico appare capace di istituire gusti e propensioni, di creare cioè bisogni e tendenze, schemi di reazione e modalità di apprezzamento, tali da risultare, a breve scadenza, determinanti ai fini dell’evoluzione culturale, anche in campo estetico».

Per questo era giusto, anzi necessario, occuparsi criticamente di Mike Bongiorno, di James Bond o di Superman (al quale contestò di perdere tempo con quattro delinquenti quando, in virtù dei suoi poteri, avrebbe potuto cambiare il mondo).

Eco è stato l’intellettuale italiano contemporaneo più capace di portate la profondità del pensiero e del linguaggio nel nuovo tempo. È stato l’uomo che ha cercato l’armonia tra mutamento e cultura, tra, tema che mi è caro, velocità e profondità. Uomo di cultura spaventosa e non esibita era animato dal più fantastico dei virus dell’uomo: la curiosità. Sapeva tutto perché tutto gli faceva nascere domande e il suo cervello speculava sul senso delle cose connettendo ininterrottamente discipline, storie, linguaggi. È il tipo di intellettuale che mi ha sempre più affascinato, quello capace di agire tutte le culture per decifrare e accompagnare il presente.

Il suo ultimo libro così critico sulla deriva dei media e le sue ultime considerazioni sulla volgarità e sulla rissosa riduzione della complessità indotta dalla semplificazione dei social network potrebbero far pensare che, al tramonto della sua esistenza, Umberto fosse diventato più Thamus che Theut. Invece no, proprio no. Era lontano, ancora una volta, dalle banalità del tempo. Avendo passato tutta la vita a contrastare gli apocalittici e a consigliare di tenere sempre aperte le finestre della vita non ha voluto mancare di sfidare le nuove banalità. Sempre dicendo la stessa cosa, questa volta agli integrati e deprivati di lucidità critica: stai nel tuo tempo, non fuggire da esso.

Per non essere, troppo facile, né apocalittici né integrati, ma umani dotati del senso critico, aperti al nuovo, gelosi della grandezza di tutte le storie vissute, artigiani di un nuovo tempo che unisce coscienza del passato e curiosità del futuro per fare, qui e oggi, un mondo migliore.

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