Guerra al terrorismo, ecco Corbyn l’ondivago

Dal giornale
EPA/ANDY RAIN

Il leader laburista sulla lotta al terrore ha mostrato una linea incerta non propria di una sinistra di governo

Nella navigazione incerta e ondivaga che Jeremy Corbyn ha mostrato sul tema della lotta al terrore c’è tutta la differenza che corre tra una sinistra di governo che non si nasconde di fronte alla minaccia jihadista, unendo lo strumento della forza a quello della battaglia culturale, e una sinistra minoritaria che è invece prigioniera di schemi antichi e della tentazione di lavarsi le mani di fronte al male. Nelle ultime settimane il Labour ha sofferto la sua crisi più grave degli ultimi anni, mentre la leadership di Corbyn si è dimostrata incapace sia di argomentare con efficacia.

La propria opposizione alla decisione di Cameron di estendere le azioni militari aeree alla Siria sia di tenere unito il gruppo parlamentare laburista su questa linea. Due fallimenti dolorosi alla prima, autentica prova politica della nuova guida del Labour e intorno ad un tema su cui l’intera opinione pubblica britannica è particolarmente sensibile.

In questo caso Corbyn non ha deluso tanto i cultori della storica familiarità del Regno Unito con l’uso della forze armate al di fuori dei confini nazionali, quanto coloro che si attendevano dal nuovo leader la capacità di rispondere (anche se dall’opposizione) ad una minaccia nuova che chiede parole e indicazioni nuove. Al contrario di quanto era necessario, Corbyn è apparso invece prigioniero di una retorica arcaica: dove l’unica scelta possibile rimane quella tra “pace” e “guerra”, dove “la democrazia non si esporta con le armi” (come ha scritto ai propri parlamentari tentando di difendere la propria posizione), dove gli eserciti si contrappongono sempre e comunque alla diplomazia.

Un mondo virtuale, quello di Corbyn, nel quale il leader laburista prosegue la stessa, identica battaglia personale che ha combattuto contro la stagione del New Labour di Tony Blair nei vent’anni precedenti alla sua elezione a leader. Ma se quella stagione è ormai da tempo alle nostre spalle, con i suoi molti successi e con le sue pagine incompiute, Corbyn è apparso congelato al periodo nel quale la minoranza laburista si mobilitava contro l’intervento della Nato in Kosovo e contro la guerra in Iraq.

Eppure oggi esiste un enorme spazio politico davanti ad una sinistra che sappia tenere insieme, da una parte, la responsabilità di difendersi anche con l’uso della forza da chi minaccia le basi stesse della nostra convivenza come società aperta e, dall’altra, il dovere di impegnarsi nella battaglia culturale e civile per respingere l’oscurantismo jihadista e terrorista.

Il governo italiano e il Partito Democratico lo stanno dimostrando nei fatti, con la conferma di un impegno militare all’estero di prima grandezza e con l’investimento politico ed economico in una campagna culturale e di recupero delle periferie che sia di argine alla penetrazione delle idee di morte che vengono dai tagliagole jihadisti, insieme al lavoro diplomatico di tessitura di una coalizione ampia che sia all’altezza dell’obiettivo storico che la minaccia di Daesh pone all’intera comunità internazionale.

Ma scegliendo, al contrario, di proseguire nella parte del “militante pacifista senza se e senza ma” anche dalla sua nuova posizione di leader di un grande partito nazionale come rimane il Labour, Corbyn ha regalato un gol a porta vuota ai Conservatori di Cameron. I quali si sono spinti fino all’irrisione denigratoria e all’accostamento del tutto arbitrario tra Corbyn e i supporter dei terroristi, ma che hanno certamente potuto incassare un risultato positivo nel dibattito pubblico britannico: denunciando un Labour diviso e non controllato dal leader (dove persino i ministri ombra della difesa e degli esteri, pur se nominati di recente dallo stesso Corbyn, hanno minacciato di dimettersi se non fosse stata data libertà di voto ai parlamentari) e mostrandosi all’altezza della sfida nuova posta da Daesh.

Perché di questo, al fondo, si tratta: essere capaci di rispondere ad una minaccia nuova – ben diversa sia da Al Qaeda sia dagli “stati canaglia” del passato – con nuovi strumenti militari e diplomatici e con nuove strategie politiche domestiche. Ed è tutta qui la differenza tra Renzi e Corbyn, tra una sinistra che non si nasconde di fronte al minaccia del nuovo terrore e chi invece preferisce recitare per sempre la stessa parte in commedia.

Vedi anche

Altri articoli