Gramsci prigioniero e le sue esili speranze

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Un libro getta nuova luce sull’intricata vicenda dei tentativi di liberare il capo del Pci attraverso una trattativa diplomatica

La storia, la ricerca storica, è spesso la composizione di un puzzle. Le tessere ci sono, ma non sempre sullo stesso tavolo. In più si possono comporre in modi non sempre lineari. Qualcuno dei pezzi non si trova perché è fuori posto (in qualche archivio insondato), qualcuno viene dimenticato o non compreso, qualche volta anche smarrito di proposito perché mette a repentaglio tutta la costruzione. La vicenda certamente complessa del tentativo (meglio dei tentativi) di ottenere la libertà per Antonio Gramsci dal carcere fascista è diventata ormai quasi un luogo di confronto e scontro tra storici: se ne sono occupati in molti – tutti titolati, cominciando da Paolo Spriano – con risultati diversi e con ricostruzioni talvolta segnate da una polemica politica ancora viva. Il nocciolo è se vi sia stata una reale volontà di liberare Gramsci e se vi siano state responsabilità politiche per quello scambio fallito che condusse il leader comunista alla morte nella clinica romana Quisisana, ai Parioli, dopo lunghi anni nelle dure carceri italiane. Giorgio Fabre col suo libro “Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato” (edito da Sellerio, 536 pagine, 24 euro) sembra chiudere questa ricerca raccogliendo molti documenti nuovi e offrendo una lettura di tutta la vicenda che mette in luce molti elementi sinora un po’ troppo taciuti, e anche redistribuendo le responsabilità di questo fallimento grazie anche alla distanza storica da quei fatti e dallo scolorare degli elementi di polemica politica.

1 – Quelle strane carte

Gramsci è morto da oltre 80 anni, il Pci non c’è più da un quarto di secolo, eppure l’emergere della vicenda legata alla sua scarcerazione ha costeggiato una lunga e complessa revisione storico-politica legata al Pci, alle figure dei suoi leader che dagli anni della clandestinità erano arrivate alla Repubblica e che appartenevano non solo alla generazione di chi aveva con Gramsci fondato il Pci, Gramsci prigioniero e le sue esili speranze Un libro getta nuova luce sull’intricata vicenda dei tentativi di liberare il capo del Pci attraverso una trattativa diplomatica Attorno alla sorte del leader comunista si giocò una complessa partita internazionale Roberto Roscani ma anche di chi lo aveva trasformato nel partito nuovo e infine lo aveva portato pienamente all’interno delle istituzioni. Ora anche quelle generazioni si stanno allontanando dalla scena politica ed errori e tentennamenti, lotte interne e scontri politici sono pienamente consegnati alla storia per non dire al passato. Giorgio Fabre parte dal capitolo meno noto, anche se è quello originario, di questa lunga vicenda. Parliamo del tentativo di scambio del 1927 condotto dall’Urss tentando di ottenere una mediazione vaticana. Su quella vicenda esistono carte che hanno esse stesse una storia strana: per la prima volta si seppe di quel tentativo da carte sovietiche che Michail Gorbaciov consegnò al segretario del Pci Natta durante un suo viaggio a Mosca. Era una sorta di omaggio ad un partito amico che aveva incoraggiato la perestroika  e anche il segnale della volontà di portare alla luce alcuni dei segreti conservati negli impenetrabili archivi sovietici. Quelle carte testimoniavano uno scambio tra Pcus (siamo in una fase in cui non si è ancora affermato il dominio staliniano e le diverse anime convivono in una complicata e spesso velenosa fase seguita alla morte di Lenin) e Vaticano per impostare uno scambio tra due detenuti comunisti italiani, Gramsci e Terracini, con due vescovi cattolici russi prigionieri. L’ispiratore dell’idea era lo stesso Gramsci che a San Vittore aveva a sua volta avviato una sorta di trattativa col cappellano del penitenziario, persona ritenuta influente e addentro alle cose vaticane, convincendosi anche di un qualche interesse fascista alla cosa. Il Pci (clandestino in Italia e diviso tra una rappresentanza moscovita legata all’Internazionale e un centro estero collocato a Parigi) aveva caldeggiato questa iniziativa sovietica senza però apparire del tutto convinto della fattibilità dello scambio. Perché parlavo di carte strane? Perché Natta le fece tradurre (non sappiamo da chi, azzardiamo che potrebbe essere stato Enzo Roggi, giornalista dell’Unità collaboratore stretto del segretario del Pci e buon conoscitore del russo) e le consegnò a Paolo Spriano (autore della monumentale storia del Pci edita da Einaudi e tutto interno alle logiche del partito di cui era un dirigente autorevole) con alcune cancellature, alcune omissioni, alcune variazioni. Ancora più curiosamente Spriano dopo averle usate in un pamphlet le inviò a Giulio Andreotti. Lo storico comunista e il dirigente democristiano (con una grande passione per gli archivi e con grandi entrature vaticane) ne avevano parlato per lettera, tramite un altro dirigente del Pci, Paolo Bufalini e Andreotti aveva la possibilità di fare un riscontro nelle carte conservate negli archivi della chiesa. Curiosamente il saggio che ne venne fuori, pubblicato in una autorevole rivista d’oltretevere, fu praticamente ignorato dalla storiografia italiana.

2 – La “necessità” della Liberazione

Cosa dicevano le carte vaticane? Che lo scambio si fermò immediatamente per due motivi: la Chiesa non aveva alcun interesse ad una trattativa che rischiava di intralciare e non favorire quella aperta con l’Urss sui temi della libertà religiosa, il fascismo – Mussolini – non aveva alcun interesse a una trattativa che dal suo punto di vista non avrebbe recato al regime alcun beneficio e avrebbe al contrario restituito la libertà ad un detenuto di cui non si voleva privare. Quando Mussolini diceva «questo cervello non deve funzionare» non scherzava. Ma c’è un altro elemento che emerge dalla ricostruzione di questo episodio come di quelli che si susseguirono fino al 1934. L’insistenza di Gramsci sulla «necessità» della sua liberazione. In un Pci che avrebbe fatto attorno alla Resistenza e al mito che se ne costruì nel dopoguerra, questa idea di un leader che rifiuta di esser lasciato in carcere può apparire spiacevole. E forse anche per questo le carte (la corrispondenza infinita con la famiglia, con Sraffa, con Tania) che tanto Radar A MONTECITORIO Web e democrazia, convegno con Laura Boldrini —In che modo la tecnologia può facilitare la partecipazione delle persone alle scelte politiche? E come dovrebbero rapportarsi le istituzioni alle pratiche di cittadinanza digitale per colmare il fossato di sfiducia tra cittadini e politica? Sono solo alcune delle domande alle quali proverà a rispondere il convegno “Reti per la democrazia – Nuove forme di partecipazione e attivismo online”, aperto dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, che si terrà nella Sala del Mappamondo di Montecitorio, martedì 17 novembre dalle ore 10,30. spingevano in questa direzione son sempre state guardate con sospetto. Quello di Gramsci è un tratto che potremmo definire psico-politico: non era (almeno non solo) l’umanissima voglia di lasciare un ambiente di coercizione e di privazioni che tanto lo avrebbero fisicamente danneggiato fino a portarlo alla morte. No, in lui c’era anche la consapevolezza di essere un capo (non usava la parola dirigente e non avrebbe amato neppure l’espressione leader), un capo nell’accezione leniniana della parola. Un elemento indispensabile al partito. Ma questa spinta, questa insistenza, a porre fine alla detenzione fu tanto forte da offuscare almeno in parte la consapevolezza della situazione. Come spiegarsi, infatti, anche il tentativo di declassare la sua posizione processuale, cercando di “confondersi” con i quadri intermedi del Pci (che subirono condanne molto più leggere), e anche l’irritazione grandissima provata davanti all’ormai celebre lettera di Ruggiero Grieco che lo descriveva, insieme a Terracini, come capo del movimento operaio italiano. Certo quella di Grieco fu una mossa grave, ma il regime fascista aveva tutti gli strumenti per comprendere chi era il prigioniero Antonio Gramsci. Per Mussolini, allora come negli anni successivi la trattativa poteva al massimo essere un’esca da lanciare a Gramsci magari per accrescerne il senso di abbandono e di fallimento davanti ai continui intoppi e alle mosse – goffe se non colpevoli – compiute dal Pci. Dalla ricostruzione di Fabre esce l’immagine di un Pci (che nelle sue articolazioni moscovite e parigine vive una fase, insieme a tutto il movimento comunista, di esplicita e durissima lotta che portò prima all’eliminazione della componente trozkista poi a quella buchariniana) che sperimenta in modo incerto e talvolta controproducente il tentativo di avviare una trattativa che Gramsci, invece, vedeva come vicina e possibile. Mentre il Pcus (anche nei momenti più difficili quando le posizioni di Gramsci apparivano come non allineate) la perseguì con discreta coerenza anche se senza mai colpi di ingegno e talvolta con errori alla ricerca di soluzioni, il Pci viveva, invece, questi stessi tentativi come un dovere talvolta non proprio agevole o persino pericoloso o, quantomeno, politicamente non premiante.

3 – La falsa notizia

Lo prova la vicenda già nota, ma che Fabre analizza con materiali nuovi e completi, della pubblicazione sul giornale del Pci a Parigi della falsa notizia della liberazione di Gramsci che rischiò di mettere in forse quei pochi benefici ottenuti con il passaggio dal carcere alla clinica che non si trasformarono mai in un esilio a Mosca dove lo attendeva la famiglia. Perché pubblicare una notizia fasulla e pericolosa? Per allinearsi alla posizione sovietica di lotta per la liberazione dei detenuti politici comunisti nei diversi paesi. Erano gli anni del Soccorso Rosso. Erano anche gli anni in cui la mobilitazione internazionale costrinse Hitler a rilasciare Dimitrov, accusato dell’incendio del Reichstag e al centro di una operazione di propaganda politica essenziale per il nazismo ancora nella fase della sua affermazione. La liberazione di Dimitrov fu il segnale che una campagna di estrema politicizzazione poteva avere successo. E a Berlino ne ebbe al contrario che a Roma dove invece Gramsci aveva impostato tutti i suoi tentativi di scambio sull’idea di poter assumere di un basso profilo politico. Purtroppo per il prigioniero – che in quegli anni di carcere speciale aveva dato vita all’opera filosofico-politica più complessa e affascinante del novecento italiano con i suoi Quaderni – Il profilo basso non avrebbe mai potuto ingannare Mussolini.

 

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