Good Bye, Marco!

Dal giornale
Marco Travaglio al convegno "Partiti per le tangenti", Milano, 20 ottobre 2014. 
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Lasciamolo tranquillo nel suo immaginario. Non svegliamolo, ci piace così. Altrimenti domattina farebbe il ControFatto Quotidiano e chissà, diventerebbe più renziano di Renzi

Marco Travaglio deve aver passato giorni difficili, magari un paio di notti insonni, e deve aver digerito proprio male il nostro nuovo giornale. Gli sono andate anche di traverso le due pagine sulle Feste de l’Unità con il ministro Maria Elena Boschi, e così ha dedicato il suo editoriale di ieri sul Fatto Quotidiano alla vivisezione del resoconto, immaginiamo scritto a distanza di sicurezza dall’articolo come faceva il medico della peste utilizzando il becco d’uccello di fronte al paziente.

Il risultato della vivisezione mi fa venire in mente una storia tenerissima. Ricordate Good Bye, Lenin! nel senso del film di qualche anno fa sulla Berlino Est, durante e post guerra fredda? C’è la povera Christiane, tranquilla madre di famiglia comunista, che va in coma e lascia i figli Alex e Ariane nello sconforto assoluto. Quando si risveglia, ormai il suo mondo è cambiato per sempre: il Muro è crollato sbriciolando quarant’anni di dittatura hard e, per evitarle l’impatto psicologico con la realtà, ritenuto fatale dai medici, figli, amici e vicini di casa le ricostruiscono il set della normalità DDR nella sua stanza da letto: cimeli, prodotti di consumo, giornale di partito e persino telegiornali d’epoca fatti in casa. La costruzione della realtà virtuale, della fiction del tempo che fu, della nottata che non deve passare mai, della speranza ultima a morire di poter continuare a vivere nel piccolo mondo antico e nella più rassicurante delle illusioni.

Bene, il sequel si adatterebbe a Travaglio. Lo immaginiamo rilassato nella sua stanza di direttore, nella patologia della coazione a ripetere la più totale sfiducia in tutte le cose positive e sorprendenti che nel frattempo sono accadute e stanno accadendo in questo Paese, confondendo i suoi desideri con la realtà. Purtroppo per lui, accadono nonostante le sue tirate, i suoi diktat e le sue sentenze di carta. Secondo il suo personale calendario mitologico, che nessuno del suo cerchio magico osa aggiornare, oggi sarebbe il 6 marzo del 1953, il giorno in cui l’Unità in effetti titolò: «Stalin è morto. Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel frattempo sono passati 62 anni; l’Italia si è risvegliata, da poco ma si è risvegliata; le riforme finalmente si fanno, nonostante i suoi editoriali lacrime e sangue; la nuova Unità è ricomparsa sulla scena; il mondo è molto cambiato; il Pd governa tre quarti buoni d’Italia e gli elettori non seguono i suoi annunci funebri; il Paese si sblocca anche se dalla sua palla di vetro vede solo la rincorsa al peggio; le Feste de l’Unità sono gettonatissime, ma per l’aristocratico collega è roba da teatranti da quart’ordine e guai a scrivere di migliaia (sì caro, migliaia) di volontari; i figli sono cresciuti e io continuerò a scrivere un letterario «aivoglia» quando e come mi pare e senza l’acca, pur sapendo che da prestigioso neoaccademico della Crusca, Travaglio non perdona, e dunque mi aspetto il secondo editto.

Lasciamolo tranquillo nel suo immaginario. Non svegliamolo, ci piace così. Altrimenti domattina farebbe il ControFatto Quotidiano e chissà, diventerebbe più renziano di Renzi.

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