Gli sciacalli e il lutto che unisce un Paese

Comunicazione
Giulio-Regeni

Sulla vicenda di Regeni, cerchiamo di restare un paese civile, a partire dall’informazione

Quando un lutto orribile e inaspettato colpisce una famiglia e un Paese intero, il decoro impone un momento di cordoglio, di raccoglimento, di silenzio. E se una morte violenta, ingiustificata e molto probabilmente premeditata, colpisce un connazionale in un Paese straniero dove la repressione del dissenso è quotidiana e lo Stato di diritto è stato cancellato, la richiesta di verità e giustizia unisce la comunità nazionale e cementa l’opinione pubblica, che a sua volta si stringe intorno al governo e alle istituzioni in uno sforzo corale, determinato, fermo e solidale. È questo il sentimento prevalente in ogni Paese sano e vitale, e questo è infatti accaduto in Italia alla notizia dell’orribile assassinio di Giulio Regeni: un lutto inconsolabile e una pressante richiesta di verità hanno idealmente unito il Paese e il suo governo.

Da due giorni il Fatto ha invece imboccato un’altra strada, la strada ambigua e malinconica dello sciacallaggio politico. Da due giorni il Fatto indica nel presidente Al Sisi e nel suo «alleato» Matteo Renzi i responsabili dell’omicidio, come se i buoni rapporti che l’Italia – non certo da sola, ma con tutto l’Occidente – intrattiene con l’Egitto siano all’origine della tragedia e, quel che è ancora più grave, siano destinati a insabbiare la verità («L’Italia è prigioniera di Al Sisi» è il titolo di apertura di ieri).

Un delirante articolo di Guido Rampoldi – «Scusaci Giulio, avrai solo omertà» – affastella menzogne, insinuazioni e macroscopiche falsità nel tentativo, più pietoso che volgare, di dare già per archiviata la vicenda. «Il governo italiano smorza i toni e ritrae quel tono esigente e imperativo che aveva puntato sulle autorità del Cairo nelle prime ore», scrive Rampoldi: ed è vistosamente falso. Il povero Regeni diventa un burattino da agitare sul palcoscenico del suo personale rancore: «hai fatto quel che i giornalisti italiani spesso non fanno: hai fatto giornalismo». Nel delirio antitaliano e antioccidentale di Rampoldi la Fratellanza musulmana è una vittima innocente, e tutta l’Italia è complice del «Pinochet egiziano», perché «non ha mai considerato rilevante quel che sta avvenendo nel Paese di cui siamo il primo partner commerciale».

In un altro articolo – «Così la strategia dello struzzo unisce dittatore e premier» – si sostiene senza provare vergogna che l’incertezza sulle modalità e sui mandanti dell’omicidio di Regeni «all’Italia non dispiace. Anzi, fa comodo. Il nostro Paese non si può permettere di rompere le relazioni con Al Sisi». E dunque le richieste del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio, del ministro degli Esteri sarebbero soltanto fumo negli occhi, depistaggi, odiosi tentativi di guadagnare tempo, perché, s’inventa la cronista del Fatto, «più tempo passa per accertare la verità, più è facile evitare la rottura».

Fa quasi tenerezza, al cospetto di argomenti tanto viscidi, il fastidio mostrato dal Giornale per la «canonizzazione» di Giulio Regeni, «impegnato politicamente verso una sinistra non propriamente moderata» (lo dimostrerebbe, pensate un po’, «l’immagine di copertina di Enrico Berlinguer sul suo profilo Facebook»). Chi oggi piange Regeni, scrive il Giornale, «si tiene alla larga dal ricordare che nei giorni precedenti alla sua scomparsa aveva preso parte ad una riunione con persone legate alla Fratellanza musulmana». E dunque? «Tutto questo ovviamente non giustifica nella maniera più assoluta il barbaro assassinio», precisa l’articolista: che è un po’ come lanciare il sasso e nascondere la mano – se l’è cercata, ma non ho il coraggio di scriverlo esplicitamente.

Per fortuna, il Giornale e soprattutto il Fatto sono voci isolate, marginali, periferiche: restiamo un paese civile. Ma è bene sapere che non sempre, non per tutti è così.

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