Gli errori del “decalogo D’Alema-Calvi”

Referendum
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Un testo curioso: per sostenere le ragioni del No, sceglie dieci delle tesi dei fautori del Sì e cerca di dimostrarne l’infondatezza

In occasione della presentazione a Roma del Comitato nazionale del centrosinistra per il No, quello promosso da Massimo D’Alema e presieduto da Guido Calvi, è stato distribuito un documento (un “decalogo”: Giovanni Spadolini si sarà girato nella tomba per questo furto di formula). È un testo curioso: per sostenere le ragioni del No sceglie dieci delle tesi dei fautori del Sì e cerca di dimostrarne l’infondatezza.

Un metodo come un altro. Se non che il “decalogo” si rivela una summula delle più frequentemente ripetute tesi del fronte del no, una vera delusione per chi immaginava un qualche apporto originale. Se qualche novità c’è, si tratta di vere e proprie stranezze ovvero di petizioni di principio senza riscontro nella realtà del costituzionalismo contemporaneo. Non manca qualche sciocchezza.

Penso per esempio alla tesi stupefacente secondo la quale la riforma avrebbe “mantenuto il bicameralismo perfetto per le leggi costituzionali ed elettorali e per la ratifica dei trattati internazionali” (tesina 1). Gli estensori confondono clamorosamente fra competenza legislativa ed equilibrio generale di un sistema bicamerale: che può essere paritario anche se con alcune competenze differenziate (caso Usa) oppure differenziato con alcune competenze paritarie (le poche tipologie di leggi che resterebbero bicamerali secondo la riforma). Un errore è invece l’affermazione relativa ai trattati internazionali: i quali, diversamente da quanto dice il “decalogo Calvi-D’Alema” sono ratificati su autorizzazione della sola Camera (fanno eccezione quelli Ue dove c’è competenza paritaria del Senato in coerenza con la competenza generale ad esso attribuita di “concorrere” alle funzioni di raccordo fra Stato, enti costitutivi della Repubblica e Unione europea). Per il resto sul punto si leggono rispettabili opinioni che il Parlamento non ha fatto proprie per ragioni illustrate più volte: il “Centrosinistra del no” avrebbe preferito un Senato tipo Bundesrat (che non aveva maggioranza), oppure in alternativa l’elezione diretta dei senatori (e perché); il Senato avrebbe dovuto poter votare paritariamente il Bilancio (cioè la massima espressione dell’indirizzo politico: con buona pace della coerenza con la sottrazione al nuovo Senato del rapporto fiduciario); le Regioni avrebbero dovuto essere rappresentate paritariamente (come il governo aveva proposto: altra scelta sulla quale il Parlamento ha deciso diversamente in continuità con la tradizione di uno stato non federale).

La tesina 3 definisce un “falso” che il processo legislativo della riforma sarebbe semplificato e accelerato e si cita la davvero falsa favoletta degli otto processi legislativi diversi. L’art. 70 della riforma è lungo e un po’ noioso ma basta fare lo sforzo di leggerlo per capire che il processo legislativo sarà molto più snello. Ripetiamolo con pazienza Circa il 95% delle leggi saranno a prevalenza Camera: la Camera le approva; entro massimo 40 giorni (più i tempi tecnici di trasmissione) il Senato farà le sue proposte di modifica: dopo di che la Camera vota in via definitiva. La navette – semplicemente – sparisce. Mi sfugge come si possa sostenere che il giorno è la notte e viceversa. Ma tant’è. Non basta: il “decalogo” inventa problemi di… legittimità costituzionale (il che di per sé fa specie visto che di legge di revisione costituzionale per l’appunto si tratta…) per il fatto che la composizione del Senato varia ad ogni elezione regionale: ma a ben vedere già oggi una ragione o l’altra (dimissioni, decadenza etc.) porta a marginali mutamenti nella composizione di entrambe le camere (per cui è normale che un ramo del Parlamento voti la stessa revisione costituzionale in composizione lievemente diversa). Né si capisce, stante il procedimento previsto, come sia possibile preoccuparsi che un Senato nel quale le forze di opposizione siano in maggioranza possa rallentare il processo legislativo. Come?

La tesina 4 sostiene sfidando la ragione che siccome si sono avute 15 revisioni costituzionali dal 1948 (il testo dice 36, per far numero includendo le leggi costituzionali inclusi gli statuti delle regioni speciali), se il No vince non ci sarà problema a fare la riforma che piace a D’Alema e c. Qui uno si sente preso per i fondelli, tanto più che il punto finisce con questa frase testuale: “Su riforma del titolo V, abolizione del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari, abolizione delle province e Cnel, etc. vi è ampio accordo”. Uno si domanda: perché mai questi egregi amici dovrebbero votare No a un testo che contiene per l’appunto esattamente quelle cose?

La tesina 6 definisce “falso” che la riforma riduca i costi della politica. Ma poi dimostra essa stessa esattamente il contrario (salva la diversa valutazione dell’entità) e contiene un’altra affermazione sconcertante che merita citazione: “Abolire 315 senatori, ma non i loro futuri vitalizi, riduce i costi del Senato… solo di 40-50 milioni”. Cifra a parte, il lettore si domanda come si fa a pensare a vitalizi… per senatori che non ci saranno più… Boh. (Forse, sfidando la sintassi, l’estensore intendeva riferirsi a tutti gli ex senatori. Demagogia grillina).

Sarebbe anche “falso” che la riforma “ce la chiede l’Europa”. Certo: né le istituzioni né i partner europei hanno formalmente chiesto questa riforma. Ma solo gente che ha perso il contatto con la realtà può negare che queste stesse istituzioni e questi stessi partner abbiano da almeno cinque anni (qualcuno ricorda la lettera della Bce del luglio 2011?) ad ogni occasione chiesto all’Italia, riforme riforme ed ancora riforme, spesso con riferimento proprio all’efficienza e all’efficacia dell’azione politica e delle pubbliche amministrazioni.

La tesina 9 pure contiene parole in libertà del genere “di fatto il lancio di un referendum abrogativo è reso più difficile” oppure i nuovi referendum propositivi (tutti da definire, peraltro) “potrebbero aumentare anziché ridurre il distacco tra élite politiche ed elettori, come dimostra la vicenda Brexit” (dove vai? Porto cipolle: il referendum che ha deciso Brexit è espressione di quel distacco, non la causa, mi parrebbe).

La tesina 10 se la prende contro l’”abnorme” premio di maggioranza della legge 52/2015 Italicum (“abnorme” perché? Non piace: è legittimo, ma perché “abnorme”?) e poi riprende pappagallescamente la storiella secondo la quale il leader del partito vincente avrebbe una “forte possibilità” di “controllare la nomina (veramente viene eletto, ndr) del presidente della Repubblica e, suo tramite e tramite i membri eletti dal Parlamento, una notevole influenza sulla Corte costituzionale…”. Non basta: questo “premier” (veramente si chiama presidente del Consiglio, ndr: tanto più a poteri non mutati) ove sfiduciato avrebbe “sufficiente forza per impedire la formazione di un nuovo governo condizionando così il potere di scioglimento…”. Dal che si evince che gli estensori considerano il governo di legislatura una pericolosa torsione autoritaria e il governo debole unica garanzia democratica.

Arrivati a 10, essendoci altre vituperie da denunciare, “in aggiunta” si legge: (a) senza premio non ci sarebbe stata una maggioranza pro riforma (il che è da dimostrare); (b) la maggioranza viene dalla non vittoria di Bersani, quindi si fonda su una legge incostituzionale e…(testuale) “è disapprovata da chi l’ha resa – la maggioranza, non la legge – possibile” (ma Bersani la riforma l’ha votata e attualmente pondera se votare sì o no, par di capire, per via della legge 52/2015, non tanto della riforma in sé; né si capisce come possa essere considerato proprio lui “padre” della mini grande coalizione che ci governa); (c) la legge elettorale attribuisce al premier (veramente presidente del Consiglio) “un controllo assoluto” (“assoluto”!) sull’attività legislativa e un’influenza determinante sulle autorità di garanzia…al punto che “salta ogni equilibrio dei poteri” (“ogni”!).

Questo testo singolarissimo si chiude lamentando paradossalmente che la riforma ha la colpa di non aver… rafforzato abbastanza il “premier” (e dalli): doveva introdursi la sfiducia costruttiva e il potere di nomina e revoca dei ministri (lasciando però – si capisce, ma non è scritto – una legge elettorale sostanzialmente proporzionale). Infine la sorpresa finale: tutto ciò è “una ragione in più per valutare unitariamente riforma costituzionale e legge elettorale e per respingere entrambe se non adeguatamente modificate”. Il che fa sorridere: che vuol dire “se non adeguatamente modificate”? Dov’è il tempo e dove la base politica per modificare – ora – la legge elettorale? Perché dovrebbe essere modificata come piace ad alcune minoranze? e soprattutto, come si potrebbe modificare la riforma varata dal Parlamento prima del referendum? Misteri del decalogo Calvi-D’Alema). È proprio vero: il sonno della ragione genera mostri (Goya). Può andar bene per le arti, meno per la politica e le istituzioni.

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