Giulia Lazzarini in stato di grazia “diventa” Rita Levi Montalcini

Teatro
Lazzarini (1)

“Le parole di Rita”, monologo su una grandissima donna

Ricordate la vostra umanità e dimenticate tutto il resto”. Finisce così Le parole di Rita, il “racconto teatrale per voce, immagini e musica” scritto da Andrea Grignolio e Valeria Patera, anche regista, a partire dalle lettere e dalla vita di Rita Levi Montalcini e portato in scena in prima assoluta mercoledì 27 gennaio al Teatro India di Roma da una Giulia Lazzarini in stato di grazia.

Lei ci credeva – dice l’attrice tra un’ovazione e l’altra -. Chissà cosa direbbe oggi. Noi ci sentiamo un po’ più stretti, ma facciamo in modo di resistere”. Allude alle strettoie di questi tempi bui, sempre più bui, e mima quel gesto piccolo piccolo, che si fa quando si deve passare in una porta socchiusa che non è possibile aprire: una spalla avanti e il busto che ruota.

Giulia Lazzarini è così, le basta un respiro, un accento, un impercettibile cenno del viso o del corpo per dischiudere un mondo.

Lo ha fatto in questo recital dedicato a una donna speciale, premio Nobel per la medicina 1986, intrecciando riflessioni e ricordi vicini e lontani che avanzano e arretrano, secondo un criterio emozionale, dall’infanzia alla guerra, dalla scuola all’esperienza di medico, abbandonata perché le “mancava il distacco”, dai viaggi in nave per il nuovo continente ai compromessi che la storia le ha imposto.

Tornando sempre e di nuovo sulla passione indomita per la ricerca, che l’ha portata ad allestire nella piccola stanza da letto della casa di Torino, dove viveva con la famiglia, il suo laboratorio, uno spazio di resistenza nelle proibitive condizioni delle leggi razziali, dove continuare a “esplorare il sistema nervoso”.

Portatrice di una rivoluzionaria idea di scienza, da ripensare come un “nuovo umanesimo”, la Montalcini si racconta attraverso le lettere, numerosissime, prevalentemente indirizzate alla mamma e alla sorella gemella Paola. Lettere che testimoniano di un’anima bella, equilibrata, serena, in luna di miele perenne con i suoi amatissimi embrioni, da cui si separa ogni tanto per leggere, ascoltare musica o per visitare una mostra: Pavese, Paul Klee, Matisse, Mozart, Beethoven, Bach, le sue distrazioni preferite. Unite ai marron glace torinesi, che sono le coccole che le arrivano dai suoi familiari.

Scrive da Saint Louis, dove era andata per restare sei mesi e poi vi rimase trent’anni, e la nostalgia per l’Italia e la famiglia si tocca con mano, ma è pacificata, compensata com’è dai suoi studi e dai brillantissimi risultati delle sue ricerche.

Risultati “contrari ai dogmi della neurologia tradizionale” perché tengono conto dei fattori umorali, sulla base della convinzione che l’essere umano sia innanzitutto ’emotività’.

Ecco, è un essere umano fortemente emotivo quello che ci viene incontro in questo monologo e l’attenta scienziata che abbiamo tante volte visto fotografata al microscopio, si rivela essere stata una bambina timida e un po’ permalosa, terrorizzata dai mostri e dai giocattoli a molla, con una predilezione per gli animali, e una repulsione per i baffi del papà, che pure adorava. Come donna preferirà gli uomini sensibili che fanno errori perché “non l’assenza di difetti conta, ma la passione”.

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