Gisela e gli altri, le storie vere dal Messico ferito

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A handout picture provided on 02 January 2016 shows Mayor of municipality of Temixco Gisela Mota (C) of the left wing party Partido de la Revolucion Democratica (PRD), speaking with journalists in Temixco, Mexico. Mota was murdered by gunmen at her home on 02 January 2016, a day after taking the office.  ANSA/GISELDA MOTA OFFICAL WEBPAGE / HO EDITORIAL USE ONLY/BEST QUALITY AVAILABLE

Un fatto di sangue ha riaperto gli occhi sulla realtà del Messico e sui tanti che non si arrendono alla criminalità organizzata e che la sfidano

Non è la trama di un capitolo del best seller “Il potere del cane”di Don Winslow, questa è una storia vera. Drammatica e brutale come solo un romanzo potrebbe dipingerla. L’ultimo fatto, in ordine di tempo, è l’assassinio a meno di ventiquattro ore dal suo giuramento della sindaco di Temixco, cittadina dello stato messicano di Morelos, Gisela Mota. Un fatto di sangue che ha riaperto gli occhi sulla realtà del Messico e sui tanti che non si arrendono alla criminalità organizzata e che la sfidano, come aveva fatto Gisela, sul suo stesso terreno. E’ solo l’ultimo di una serie interminabile di delitti quello di Gisela: secondo il Partido de la Revoluciόn Democrática partito per il quale militava la sindaco sono quasi 100 i sindaci messicani uccisi quasi tutti dai narcos. Altrettanti i giornalisti assassinati dal 2000 con trentasei uccisi solo nel biennio 2014/2015, fatti tacere perché facevano le domande giuste alle persone sbagliate.

Mancano sempre all’appello i 43 studenti di Iguala, ancora desaparecidos dal settembre del 2014 tra i 30mila desaparecidos degli ultimi anni alla cui verità e giustizia non è ancora giunta neppure la investigazione parallela svolta dalla Commissione interamericana per i diritti umani che sta svolgendo indagini su richiesta dei familiari delle vittime e organizzazioni dei diritti umani.

Ed è il caso più eclatante e che fa ancora discutere la comunità internazionale e a cui si fa riferimento ogni qual volta si parla di impunità: perché il caso dei 43 “normalisti” è come il vaso di Pandora che, una volta aperto, ha portato a galla decenni di mala gestione dello Stato, di corruzione, di collusioni, di pezzi di Paese in cui il governo non governa ma è determinato dalla criminalità organizzata e dai tanti cartelli del narcotraffico (Sinaloa, Los Zetas, la Familia Michoacana, Caballeros Templarios, Jalisco Nueva Generación). Nel 2015, secondo i dati elaborati da Libera, l’80% dei comuni messicani è sotto scacco del crimine organizzato quando nel 2008 la percentuale era del 63%. Governi locali fantoccio nelle mani di criminali senza scrupoli, quei cartelli del narcotraffico coinvolti in almeno il 92% dei reati codificati dalla Convenzione di Palermo, uno dei cui capi, El Chapo Guzmann, è da poco evaso per la seconda volta da un carcere di massima sicurezza.

Perché è questo il Messico, un Paese meraviglioso ricco di storia e di cultura millenaria in cui è ufficialmente ignoto il numero degli “spariti”, dei desaparecidos degli ultimi anni. Ignoto, si fa per dire. Secondo le organizzazioni per i diritti umani. gli scomparsi sono 26mila nei soli sei anni di governo di Felipe Calderón , il Presidente noto per aver lanciato la guerra al narcotraffico. Ignoto si fa per dire, visto che si stima che siano poco meno di 10mila gli scomparsi nella sola gestione di Peña Nieto. Quanto ai morti ammazzati, invece, i numero sono conosciuti e da brividi: tra i 120 e i 130mila. Dall’inizio della presidenza di Peña Nieto al marzo 2015 sono state assassinate in Messico poco meno di 42mila persone. Neppure i bambini sfuggono a questa triste realtà: dal 2006 al 2010 sono stati 1685 i ragazzi da 0 a 14 anni uccisi nella lotta al crimine organizzato, di cui ben 354 bambini minori di un anno di età; 30mila sono invece quelli che collaborano con i gruppi criminali in varie forme dal traffico della droga, fino al sequestro di persone, dall’estorsione, al contrabbando alla tratta degli esseri umani, dalla prostituzione infantile, all’addestramento di sicari paramilitari.

A sollevare la polvere da sotto il tappeto, c’è voluta però la strage di Iguala, 43 ragazzi sequestrati, forse uccisi e sepolti chissà dove sulla cui sorte s’interroga il mondo intero e il recentissimo assassinio di Gisela Mota che è finito nelle prime pagine di tutti i giornali del mondo che conta.

Tutti sanno quel che accade e dove accade in Messico, ma pochi si adoperano per cambiare davvero le cose. È tanta e tale la disaffezione che da qualche tempo si sono diffusi gruppi di “autodifesa”, cittadini in armi contro la criminalità: se ne contano ben 42 dislocati soprattutto negli Stati a “bollino rosso” per presenza dei cartelli. Hanno deciso di difendersi da soli e, manco a dirlo, hanno il sostegno di un’opinione pubblica che si sente così abbandonata da appaltare la sicurezza a milizie private. Così come, al contrario, ci sono molti della società civile che non si arrendono, che sono pronti a dare una mano per la riscossa della “tigre azteca”, esponenti della società civile che lavorano sui temi della prevenzione e sul reinserimento dei criminali recuperati, anche di giovanissimi, come fa da ormai 15 anni Cauce Ciudadano di Carlos Cruz. Ci sono, poi, tanti politici, come la povera Graziela Mota, che non si rassegnano allo status quo e con limpidezza e trasparenza lavorano perché equità e giustizia siano le cifre di un futuro nuovo corso. E lo fanno pagando un prezzo altissimo, a costo della loro stessa vita. Ci sono, infine, tanti sacerdoti, come Padre Solalinde che combattono la loro battaglia contro i poteri forti, per la tutela e la salvaguardia dei più umili, i migranti, minaccinado il lavoro dei trafficanti di uomini. Un tessuto sociale sul quale poter immaginare una ricostruzione vera e fattiva.

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