Genova, un anno dopo

Maltempo
bisagno

Stiamo intervenendo in modo strutturale con grandi lavori di ingegneria idraulica. I cantieri procedono, ma ci vorrà ancora tempo

Genova, un anno dopo l’alluvione che nell’ottobre 2014 vide esondare il Bisagno che allagò una vasta area centrale della città. Non riesco a vivere questo triste anniversario senza avere davanti agli occhi anche altre immagini, tante immagini, ultime delle quali quelle delle città e dei paesi della Costa Azzurra nella vicina Francia sconvolti dalle acque e piegati nel dolore e nella distruzione. Ricordare il ripetersi di eventi catastrofici non è esercizio retorico: significa correttamente non sottovalutare affatto la gravità del problema e i rischi che corriamo.

Poche settimane orsono ho ascoltato il meteorologo Luca Mercalli riflettere sui nubifragi, sulle “bombe d’acqua” come adesso ci siamo abituati a definirli: possiamo e dobbiamo domandarci quali siano i nessi che esistono tra i cambiamenti climatici e precipitazioni che paiono avere mutato le loro caratteristiche, con accentuazioni forti della loro intensità in periodi di tempo concentrati. Quello che in ogni caso è certo è che tali nubifragi, o “bombe d’acqua”, mettono a nudo la vulnerabilità del nostro ambiente, la fragilità di un territorio che è stato ferito da una urbanizzazione scriteriata o che, in altri casi, soffre per essere stato abbandonato.

Che fare dunque? La domanda è obbligata, ma credo sia più utile e giusto dire ciò che dobbiamo fare e raccontare ciò che stiamo facendo. Perché non siamo immobili. In primo luogo abbiamo compiuto una analisi corretta delle cause dei fenomeni, che possono essere diverse anche nel territorio di uno stesso comune. Parlando di Genova, la causa prima dei disastri risiede nel fatto che nel corso dei secoli sono stati coperti, “tombati”, decine di chilometri di corsi d’acqua, costretti a correre in canali sotterranei incapaci di accogliere le portate di piena che possono registrarsi in occasione di nubifragi di particolare intensità. Necessario era ed è pertanto intervenire in modo strutturale, con grandi lavori di ingegneria idraulica, per la costruzione di canali scolmatori e per il rifacimento di coperture (essendo impensabile abbattere porzioni di città costruite sopra le coperture, ancorché siamo decisi ad abbattere – e abbiamo cominciato a farlo – ogni costruzione nel passato realizzata in alveo).

Avevamo progetti pronti e i finanziamenti resi disponibili da Italia Sicura, la struttura voluta dal governo per coordinare gli interventi contro il dissesto idrogeologico e per garantire un corretto e rapido impiego delle risorse pubbliche, si sono aggiunti ai finanziamenti, di importi più limitati ma comunque significativi, che il Comune poteva sostenere. Si sono aperti cantieri, cantieri strategici, il cui progredire è testimoniato anche dall’impatto che essi hanno sulla circolazione in città. Controllare lo stato di avanzamento dei lavori ed avviare in tempi certi tutti i cantieri per i quali esistono, finalmente, finanziamenti statali è il nostro primo compito. Ma tutto questo non è sufficiente.

Parliamo infatti di lavori di straordinaria complessità che hanno una durata di alcuni anni. Dobbiamo dunque essere consapevoli che una soluzione strutturale del problema non è immediata. Occorre quindi dedicarsi costantemente a interventi di manutenzione dei rivi, asportando detriti (ed eventualmente modificando le norme vigenti in materia se costituiscono un freno o un impedimento a interventi volti a mitigare il rischio di grandi e piccole catastrofi) e tutelando gli alvei. E in ultimo serve irrobustire, anche se tanto è stato fatto al riguardo, la cultura e il sistema della protezione civile. Avere la consapevolezza del rischio e della oggettiva fragilità del nostro territorio può rafforzarci, così come ci rende più capaci di affrontare l’emergenza una organizzazione che si è nel tempo recente arricchita di professionalità ed esperienza e che accomuna in un impegno appassionato la pubblica amministrazione e le migliori energie di un generoso volontariato.

Il quadro che abbiamo di fronte non è tale da rasserenarci. Andiamo però avanti con determinazione sapendo di percorrere la strada giusta. E in questo caso l’obiettivo può essere raggiunto con un eccezionale sforzo unitario.

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