Gas e petrolio: no al km zero

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I sindacati, i posti di lavoro e gli investimenti su gas e petrolio

Le compagnie che si occupano di esplorazione ed estrazione di gas e petrolio levano le ancore e abbandonano l’Italia. Miliardi di investimenti se ne vanno in fumo e con essi migliaia di posti di lavoro. Pochi lo sanno, ma il nostro Paese vanta(va) una certa eccellenza in questo settore. Buone capacità specialistiche, ingegneri e geologi soprattutto, molte aziende specializzate. Con il distretto di Ravenna che spicca. Frutto di una storia che prende il via negli anni 50 e 60, quando Enrico Mattei diede inizio nella Pianura Padana alle prime attività estrattive e concluse accordi importanti con il Nord Africa.

Un’azione che permise all’Italia di rifornirsi delle fonti energetiche necessarie, gas e petrolio in primo luogo, senza i quali non ci sarebbe stato il successivo boom economico, che ha reso l’Italia un Paese economicamente sviluppato. Quando vanno in fumo i posti di lavoro si fanno vivi anche i sindacati. Peccato sia troppo tardi e che prima nessuno li abbia sentiti nemmeno sussurrare per richiedere che fosse dato il via libera a investimenti bloccati da anni di burocrazia e proteste senza senso. Anzi. La Cgil, per restare da queste parti, ha scritto pagine memorabili sul “superamento della civiltà del petrolio”.

Tema come si vede strettamente di competenza sindacale. Per non parlare di Landini, attivo supporter del referendum no-Triv, alla faccia dei metalmeccanici che dovrebbe rappresentare. Civiltà quella del petrolio, che però non è affatto superata. L’anno scorso si è toccato il massimo dei consumi e le previsioni dicono che nel 2016 saranno ancora più alti. Il mondo dipende per il 56% dei suoi consumi energetici, in crescita, da gas e petrolio. L’Italia per il 67%, che naturalmente importa quasi tutto .

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