Fuori dal tunnel

Amministrative
Roma

La missione Capitale si è però onestamente rivelata per quella che era, impossibile

Non è nelle nostre corde nascondere una sconfitta, non è giusto farlo, e non frequentiamo il vecchio bar sport del dopovoto dove riescono a vincere sempre tutti, anche quelli che perdono. La disomogeneità dei risultati però è evidente, anche stavolta abbiamo conquistato città, andiamo avanti in tanti Comuni anche dopo testa a testa al fotofinish, ma incassiamo diversi brutti colpi. Siamo stati battuti malamente a Roma, e se a sorpresa abbiamo strappato Varese alla Lega, abbiamo perso la grande Torino.

Siamo stati abbastanza umiliati per la seconda volta a Napoli e abbiamo lasciato al centrodestra città come Trieste, Savona, Novara, Grosseto e altre in terre di Toscana o in Emilia Romagna. Abbiamo raccolto la notte scorsa delusione, rabbia e lacrime (si può anche piangere in politica) di chi sperava in un risultato diverso e aveva lanciato il cuore oltre la sfida. La missione Capitale si è però onestamente rivelata per quella che era, impossibile. Il livello di degrado raggiunto dalla città di Roma non ha eguali tra le capitali nel mondo occidentale, e il livello di imbarazzante inconsistenza organizzativa del Pd romano è evidente a tutti. Alla fine, disillusi e stremati, gli elettori hanno scelto un sindaco come Virginia Raggi adottando la cinica massima capitolina: «Morto un papa se ne fa un altro».

Se però Roma l’avevamo messa in conto, non basta la bellissima e meritatissima riconquista di Milano a pareggiare i conti. Bisognerà ragionare sul voto, e il Pd farà quella che Renzi ieri definiva «un’ampia e articolata discussione» nella direzione nazionale di venerdì. Si tratterà di capire perché al partito del cambiamento che ha rimesso in moto l’Italia e la sta governando con un riformismo che fa scuola in Europa, questa tornata non è andata bene. L’Unità darà spazio al confronto, aperto con l’autorevolezza di Alfredo Reichlin.

Bisognerà capire meglio perché da movimento-yogurt con durata e scadenza, il magma grillino protestatario e trasversale, raccogliendo umori a sinistra come a destra e al centro, pur gestito e controllato da un gruppo privato, è riuscito in due imprese elettorali di prima grandezza e in nome del cambiamento (non si sa bene in quale direzione visto il livello di conservazionismo dimostrato in Parlamento e sul referendum di ottobre). Ma il voto sarà stato utile e potrà persino aiutare se diventa per i democratici una tappa per ragionare e ritrovare spinta e freschezza, riconoscendo le falle e tappandole in fretta.

Il primo rischio mortale da evitare, a nostro parere, è di non farsi banalmente inchiodare, come tentano di fare i grillini e la grancassa degli opinionisti interessati, negli assi vecchio-nuovo, innovazione conservazione, Palazzo-cittadini nella parte del vecchio, dell’autoconservazione e del potere. La sensazione trasmessa è quella di una comunità politica con gruppi dirigenti che si sentono “appagati” e non “affamati”di risultati, che pensa di aver già vinto e di non essere più in gara con competitori che si dimostrano invece agguerriti in un sistema politico ormai tripolare.

Solo quando ci si sente in gara e affamati di vittorie scatta la scintilla, si produce quella carica innovativa che ha determinato lo straordinario successo delle Europee 2014, si lanciano innovazioni, rotture culturali, novità, nuove idee, progetti, visioni, passioni. L’Italia, cari miei, non è stata ancora trasformata e siamo ancora noi ad avere le carte migliori da giocare. Questo è un bel punto di forza.

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