Fuochi da spegnere subito

Politica e Giustizia
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Certe parole, certi giudizi, certi comportamenti non aiutano la magistratura a mantenere intatti prestigio, autorevolezza, rigoroso profilo di terzietà. I magistrati devono “parlare con le sentenze”

Continuiamo a pensare che uno dei problemi principali, nel nostro Paese, sia rappresentato dalla piaga della corruzione. E che, per questo, da combattere siano corrotti e corruttori, non certamente i magistrati. Negli ultimi venti anni non sempre questo è stato chiaro essendosi vissuti periodi nei quali c’erano governi e maggioranze (non di centrosinistra) che non davano sempre questa impressione.

Ma la semi-intervista rilasciata al “Foglio” dal consigliere del CSM Piergiorgio Morosini conferma un rischio: certe parole, certi giudizi, certi comportamenti non aiutano la magistratura a mantenere intatti prestigio, autorevolezza, rigoroso profilo di terzietà. I magistrati devono “parlare con le sentenze”. Naturalmente credo sia utile e necessario che gli stessi facciano conoscere il proprio punto di vista su questioni che riguardano la vita pubblica del Paese o il concepimento e la gestazione della stessa attività legislativa. Del resto, anche in questi anni di forte e concreto impegno legislativo di Governo, maggioranza e PD contro la corruzione, contro la criminalità e per la legalità, non è certo mancato il contributo diretto e fattivo del mondo della magistratura e di valorosi magistrati impegnati in trincea, anche a rischio della propria incolumità. Ce ne sono tanti. Citiamo per tutti proprio i due attaccati, anche con qualche volgarità, da Morosini: Raffaele Cantone e Nicola Gratteri.

Ma dare opinioni, fornire contributi, esprimere giudizi è ben altra cosa da quanto si è letto, dalle parole davvero inaccettabili – più o meno smentite – di Morosini, che non a caso sono state “fatte proprie”, addirittura, da un esponente politico leghista come Calderoli. Hanno fatto bene, perciò, il Ministro Orlando e il Vicepresidente del CSM Legnini ad assumere immediatamente posizioni rigorose, a tutela proprio dell’autonomia della magistratura, del prestigio e della stessa autorevolezza del Consiglio Superiore della Magistratura.

Morosini è stato ed è un magistrato di valore, un membro togato del CSM: le parole pubblicate sul Foglio, però, sembrano estrapolate dal peggior comizio di Ingroia in campagna elettorale, contribuiscono a delegittimare poteri democratici, esponenti di governo, cariche istituzionali. Ad alimentare correnti di populismo giudiziario del tutto estranee (anzi, confliggenti, ci permettiamo di dirlo) alle migliori tradizioni di cultura giuridica innovativa e progressista. Un grave infortunio? Forse sì, ce lo auguriamo. Ma c’è un clima di tensione – che la recente intervista di Davigo ha accentuato pesantemente – che va spento.

Non c’è più una Politica in guerra con la magistratura, ma un Governo, una maggioranza che hanno prodotto leggi e riforme di “sistema”, non contro o a favore di qualcuno. Possono e debbono essere giudicate in un modo o nell’altro (e applicate con le sentenze e non con giudizi eticopolitici, da parte dei magistrati). Ma proprio per questo appaiono  immotivate e inaccettabili dichiarazioni unilaterali di guerra che, se possono portare vantaggio al populismo di casa nostra, riteniamo non lo portino affatto al Paese. No, non c’è e non ci sarà guerra.

Lo dimostrano anche le reazioni positive e dialoganti di Governo, Parlamento e PD alle iniziative prese dai capi delle Procure di Torino, Roma e Napoli sul tema delle intercettazioni, con le circolari applicative che contribuiscono a tenere insieme tre cardini: l’uso intoccabile di questo strumento per le indagini; la libertà di informazione e il rispetto della privacy circa fatti di nessun rilievo penale e di contesto. Questa è la strada: dialogo e collaborazione nel pieno rispetto della divisione dei poteri. Una Politica autorevole e una magistratura indipendente. Che si rispettano. E una magistratura che contribuisca davvero, finalmente, anche alla riforma ordinamentale, con passi reali e concreti verso la messa al bando di forme di esasperato correntismo pesanti e anacronistiche.  Anche il modo, voglio dirlo, con cui il Vicepresidente Legnini ha subito stoppato l’altro ieri l’esternazione personale verso la Procura di Lodi di un  membro (laico) del CSM come Fanfani è stato coerente: nessuna ingerenza, reciproco rispetto.

E la cosa, anche per il contributo dello stesso Fanfani, è subito rientrata nei giusti binari. (E questo indipendentemente da serie perplessità su alcune modalità dell’inchiesta lodigiana espresse da illustri editorialisti e da  autorevoli personalità: tra gli altri Gianluca De Feo su “Repubblica” ed Emanuele Macaluso). Insomma, la Magistratura faccia la sua parte, con adeguati mezzi e risorse, a difesa della legalità. Colpendo illeciti e autori di reato. Arrivando a sentenze il più possibile rapide. Senza sparare nel mucchio con i comizi o con esternazioni somiglianti a quelle tipiche della propaganda elettorale. E la Politica è chiamata a fare la propria, con leggi e norme di contrasto all’illegalità sempre più efficaci – come avvenuto in questo periodo – e irrobustendo sempre più i propri anticorpi etici per prevenire e combattere casi di avvicinamento e rischi di penetrazioni dell’illegalità che qua e là minacciano tutte le forze politiche, senza eccezione  alcuna, come i fatti di cronaca quotidiana dimostrano.

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