Funerale di periferia con mafia mediatica e senza boss

Dal giornale
I funerali di Vittorio Casamonica 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Vittorio Sgarbi sul funerale dei Casamonica: “La finzione prevale sulla realtà. L’illusione diventa notizia. Il cinema inventa la cronaca. Altro che mafia. Una colossale presa in giro.”

Trattandosi di riti funebri, inevitabili e necessari, non si può avere la certezza dell’afflusso di persone, che può essere più o meno grande, a seconda dell’emozione, dell’importanza del personaggio, del rimpianto che lascia.

Una cosa è certa. Un corteo funebre non è uno sciopero, e non richiede autorizzazioni. Si può presumere che ci siano problemi di sicurezza, e quindi presenza delle forze dell’ordine, quando si tratta di una personalità, di un attore, di uno scrittore, di un politico di rilievo.

Una volta che un uomo muore, non potendo restare in casa per molti giorni, c’è un tempo definito per i riti funebri. Il prete viene informato e prepara le funzioni, e i parenti organizzano il funerale. Se un morto è portato fuori di casa, andrà a prenderlo una macchina o un carro,e se esiste un carro a tiro con sei cavalli, vuol dire che qualcuno potrà affittarlo, come hanno fatto i parenti di Vittorio Casamonica. Nella fattispecie, il titolare dell’agenzia funebre ha dichiarato: «Affittiamo carrozze con i cavalli quasi ogni giorno». E nessuno poteva impedire ai congiunti di usarla, nel rispetto della volontà del defunto. Ne è censurabile che la corte d’Appello abbia autorizzato la partecipazione di tre figli agli arresti domiciliari al funerale del padre.

Il numero dei presenti non sembra enorme: 4-500 persone. E la chiesa periferica, nel quartiere Tuscolano, in prossimità di Cinecittà, una sede non particolarmente rilevante e non adatta (non è il Colosseo o il Pantheon) all’ostentazione e alla provocazione.

Quanti sono i funerali in un giorno in una grande città? E di quanti (non) abbiamo notizia? Per un tempo limitato, intorno alla chiesa, così come vi sono addobbi di fiori e corone, non è strano che vi siano immagini del defunto, con frasi più o meno pittoresche. Nella fattispecie il Casamonica era ritratto in una veste bianca, in alto, sopra la città di Roma, con un suggestivo fotomontaggio, una specie di manifesto cinematografico che restituiva l’impressione del set di un film con protagonisti Tognazzi e Adolfo Celi. Peccato veniale, come l’insistenza pittoresca sulla colonna sonora presa dal «Padrino».

Se non è prevista la richiesta di autorizzazione per un corteo funebre, che non è un corteo sindacale, è prevista l’autorizzazione per la pioggia di petali. Ma è teatro, scenografia, omaggio, ad abundantiam, all’amatissimo morto. Reato grave?

Al pilota dell’elicottero, che avrà pensato non a favorire la mafia, ma a una buona occasione di lavoro per una cosa innocente, neppure sporcando strade generalmente piene d’immondizia, è stata ritirata la licenza. Misura pesante rispetto al modesto misfatto, conseguenza non della colpa grave ma del ridicolo clamore.

La banda che suonava al funerale era diretta da un maresciallo dei carabinieri in pensione.

Questo è il quadro. E prima di tutto il boss non c’è. Come non era noto agli uffici quando era vivo. Qual è allora la notizia? Di cosa è “accusato”? Nulla. Semplicemente, in una giornata d’estate, subito dopo Ferragosto, giornali e telegiornali hanno ritenuto di amplificare un fatto inesistente, interpretandolo nel modo più grottesco, e diffondendo nel mondo la falsa notizia del funerale di un falso boss mafioso.

La questione investe più che i direttori di giornali, che sono privati, i direttori di telegiornali e delle reti pubbliche, che hanno un consiglio di amministrazione che non sanziona una bufala solenne, contribuendo colpevolmente a trasformare in scandalo e reato un fatto inesistente e un episodio ordinario, benché pittoresco, di vita quotidiana.

Si è fatto pubblicità al funerale che in sé, senza parlarne, sarebbe passato inosservato, nonostante le migliori intenzioni dei parenti di onorare il caro estinto.I primi a essere sorpresi e sconcertati (e, da qui in avanti, a pagarne le conseguenze).

L’ambientazione, vicino a Cinecittà, e il colpo perfettamente riuscito, con l’enorme clamore mediatico, farebbero pensare che il Casamonica sia vivo e si goda lo spettacolo. Qualcosa che, per la cronaca, avrebbe potuto interessare al massimo il bollettino parrocchiale e, per il divertimento, appartenere invece alla serie degli «Scherzi a parte». Uno dei migliori, visti i risultati e le facce degli Alfano, dei Gabrielli, delle Bindi.

Può la televisione di Stato danneggiare lo Stato inventando una notizia che non c’è? Può questo effetto contaminare le menti deboli di politici che s’indignano sul nulla, con le grottesche dichiarazioni del presidente dell’Antimafia che dice che questo innocuo funerale «è la prova che la mafia c’è».

Hanno un bello spiegare, nel loro rozzo linguaggio, i figli e i nipoti di Vittorio Casamonica, che per loro il compianto era «un re (zingaro)» ed era stato «affettuoso e generoso», intercettando immediatamente la puzza sotto il naso, lo sdegno dei benpensanti e, in buona sostanza, il razzismo di chi si sente migliore e onesto non perché i Casamonica sono mafiosi (come non è dimostrato) ma perché sono Rom?

L’aspetto più sgradevole è proprio questo: la supponenza dei diversi e dei “migliori”, i quali ritengono che le leggi che valgono anche a tutela di un italiano indagato o condannato, e che non ne impediscono (una volta morto) funerali in pompa magna, non valgano per uno zingaro incensurato, e comunque morto da uomo libero che vuole un funerale da film di boss mafioso senza esserlo. La finzione prevale sulla realtà. L’illusione diventa notizia. Il cinema inventa la cronaca. Altro che mafia. Una colossale presa in giro.

In tutta questa vicenda abbiamo capito che non si possono lanciare petali di rose, ma abbiamo visto le facce e sentito le parole di politici di ogni partito, pronti a rinfacciarsi colpe a destra e a sinistra, perché la città di Roma è stata umiliata da un funerale al quartiere Tuscolano, i cui simboli sono una affermazione di potere della mafia. C’è qualcosa di più ridicolo?

E c’è qualcosa di più intollerabile del gigionismo di un ministro dell’Interno che chiede informazioni a un Prefetto che dice, quasi scusandosi, di non avere avuto notizie di un funerale in periferia.

Il vero scandalo è l’indignazione di un Parlamento di politici inetti che si svegliano per dichiarare insensatezze, per manifestare il loro contrasto alla mafia, identificata con un carro trainato da cavalli, un elicottero che, come in un matrimonio pacchiano, distribuisce petali.

Intanto in Siria si uccide, si decapita e si distrugge e nessuno s’indigna. Nessuno convoca il Consiglio di Sicurezza; ma l’antimafia da operetta si autoconvoca per i funerali di un boss che non c’è. E che oltretutto è morto.

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