Fumogeni a 5Stelle

Amministrative
Activists of the anti-establishment 5 Star Movement gather in front of the ancient Colosseum in Rome, Sunday, April 21, 2013. A day after Italy's president was re-elected to an unprecedented second term, the leader of an anti-establishment movement says citizens' patience with traditional parties is wearing thin. Beppe Grillo, a comic who heads the Five Star Movement, has dismissed President Giorgio Napolitano's re-election as a bid by doomed parties to hang onto power. Grillo, whose party is the No. 3 bloc in Parliament, predicted in Rome on Sunday that traditional parties would "last a year." (AP Photo/Gregorio Borgia)

I nostri candidati al ballottaggio devono spiegare ai milioni di elettori che le ricette per la buona amministrazione delle loro città sono quelle del Pd

Il doppio turno elettorale, che il Partito democratico ha voluto finalmente introdurre nel voto nazionale, ha la straordinaria virtù di consentire all’elettore di dar voce dapprima alla propria aspirazione identitaria («Chi sono?» ma anche «Contro chi sono?») e successivamente alla propria richiesta di chiarezza sul futuro della comunità in cui vive («Da chi voglio essere governato?»). A questa seconda domanda i candidati del Pd impegnati nei ballottaggi stanno già rispondendo nel merito, con argomenti concreti che riguardano la qualità della vita quotidiana dei cittadini che domenica 19 giugno sceglieranno i propri sindaci. Possono farlo perché quegli argomenti esistono e sono numerosi, così come numerose sono le soluzioni per la buona amministrazione delle città che si candidano a governare.

Una concretezza che nasce dall’esperienza (e talvolta anche dall’esperienza dei fallimenti, come nel caso di Roma dove il buon risultato di Giachetti è anche il risultato del coraggio con cui ha voluto prendere le distanze dalle incapacità di Ignazio Marino) e che deve essere messa in primissima fila nei giorni che ci separano dal voto finale. Possono fare lo stesso i (pochi) aspiranti sindaci del Movimento Cinque Stelle? No, dal momento che nessuno ha davvero capito come intenderebbero governare Virginia Raggi a Roma o Chiara Appendino a Torino, per guardare alle uniche due realtà dove i Cinque Stelle hanno davvero dato una prova significativa. Perché queste giornate, tra l’altro, hanno permesso agli analisti di flussi elettorali (quelli veri) di comporre un quadro più preciso di cos’è accaduto nel voto amministrativo di domenica. E in particolare hanno consentito di comprendere la vera dimensione del consenso ai Cinque Stelle: che non è quella che lo stesso Beppe Grillo si è attribuita, autocelebrandosi come il vittorioso condottiero di u n’epica battaglia contro il resto del mondo, ma è la dimensione più realistica di un risultato che è molto buono nelle città di Roma e Torino mentre altrove resta sotto la soglia già raggiunta dal Movimento nella consultazione nazionale del 2013.

Questo non deve impedirci di considerare il risultato del Pd non del tutto soddisfacente, ma non può neanche vietarci di guardare ad un dato chiaro ed evidente: il Partito democratico è l’unico soggetto politico che può considerarsi autenticamente presente su tutto il territorio nazionale (e per questo è il “partito di una nazione”, verrebbe da dire, per rispondere all’uso esclusivamente strumentale con cui è stata utilizzata la formula del “par tito della nazione”). Come tale, è il Pd che è capace sia di intercettare le domande varie e diverse che salgono dalle città dove si vota sia di rispondere a quelle domande con la concretezza di soluzioni realistiche. I nostri candidati al ballottaggio hanno dunque un enorme spazio di fronte a sé: spiegare ai milioni di elettori che al primo turno hanno espresso un voto identitario (e spesso di protesta) che le ricette per la buona amministrazione delle loro città sono quelle del Pd, mentre dall’altra parte esiste solo la ripetizione di slogan e battimani che non solo non hanno alcuna concretezza ma non riescono nemmeno ad andare oltre il puro rifiuto di quello che c’era prima.

Ma come può una città, piccola o grande, essere governata solo ed esclusivamente dal rifiuto del passato? Questo vale soprattutto per gli aspiranti sindaci dei Cinque Stelle, che proprio per questo si sottraggono regolarmente a confronti diretti con i candidati Pd nel corso dei quali non potrebbero utilizzare argomenti concreti di cui non dispongono (essendo solo il volto giovane e levigato di un movimento che continua ad essere animato da un mix di incompetenza, intolleranza e incapacità di accettare le regole della democrazia). Ma vale anche per quegli elettori che al primo turno hanno votato per i candidati dei piccoli partiti della “sinistra- sinistra.” Il primo turno, tra le altre cose, ha dimostrato la completa inconsistenza di quelle fantasie che descrivevano l’esistenza di vaste praterie “alla sinistra del Pd”.

Non solo quelle praterie si sono rivelate piccoli orticelli, confermando che la storia ha davvero fatto il suo corso con la demolizione delle architetture coalizionali che hanno retto la politica italiana per troppi decenni, ma gli elettori che domenica scorsa hanno dato la propria preferenza a quei candidati oggi dispongono di un’opzione molto chiara: tornare alle urne per il ballottaggio e scegliere negli esponenti Pd quei sindaci che possono davvero dare alle proprie città una buona e concreta amministrazione, sapendo cosa fare e rispondendo solo ed esclusivamente ai cittadini.

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