Francesco e Kirill, un passo comune per la pace, dal Medio Oriente all’Ucraina

Vaticano
epa05157383 Pope Francis (L) embraces Russian Orthodox Patriarch Kirill (R) at the Jose Marti Airport in Havana, Cuba, 12 February 2016. Pope Francis and the leader of the Russian Orthodox Church, Patriarch Kirill, held a historic meeting in Havana's international airport. The two leaders signed a memorandum, which focused on ecumenism, or efforts to reunite Christian churches, common Christian values, and the persecution of Christians in the Middle East and Africa.  EPA/Alejandro Ernesto / POOL

L’incontro tra Papa Francesco e il russo Kirill. Aperto alla contemporaneità il primo, portatore di una visione assai più tradizionalista il secondo. Il patriarca ha comunque ha creduto nel dialogo con il papato

L’incontro storico alla fine si è svolto negli ambienti un po’ anonimi, certamente spogli, dell’aeroporto dell’Avana: la storia non passa per forza nei saloni affrescati dei palazzi storici con gli stucchi dorati, a volte segue strade originali e inattese, fa tappa addirittura a Cuba dove Raul Castro ha accolto – cosa che forse mai avrebbe immaginato all’inizio della sua vicenda politica – i due maggiori leader cristiani del mondo, papa Francesco, argentino a capo della Chiesa universale di Roma, e il russo Kirill.

Aperto alla contemporaneità il primo, portatore di una visione assai più tradizionalista il secondo, che comunque ha creduto nel dialogo con il papato. Di questa differenza di sensibilità c’è ampia traccia nella dichiarazione comune sottoscritta al termine dell’incontro, frutto evidente di una mediazione ‘rocciosa’, frase per frase; tanto che il testo è stato limato, corretto, concordato fino a poche ore prima della sua diffusione.

Ma in fondo di documenti o dichiarazioni comuni ce ne sono state altre, sia pure non così ufficiali, ciò che conta allora, in questo caso, è soprattutto il gesto, il momento di quell’incontro che ha rotto l’incantesimo della divisione fra le due chiese e aperto quella che probabilmente diventerà una consuetudine nuova. Come in tutti i passi storici ciascuna delle due parti ha dovuto poi rinunciare a qualcosa nei testi sottoscritti in comune ma, allo stesso tempo, ha imparato a conoscere l’altro un po’ di più.

D’ora in avanti un papa e un patriarca potranno incontrarsi, si annunciano già iniziative “concrete” prese dalle due chiese e chissà che un giorno non lontano i due possano leader possano vedersi a Roma o a Mosca. Sul piano teologico come era stato anticipato, non c’è nessuna novità, tuttavia laddove lo scontro fra ortodossi e greco-cattolici è da sempre elemento di conflitto e divisione, cioè in Ucraina, sono state dette parole importanti in favore della pace, della convivenza fra genti e chiese diverse.

Se poi da qui possa nascere un cammino ecumenico che avvicinerà oltre la forma i cristiani d’oriente e occidente, è presto per dirlo, intanto c’è l’impegno a testimoniare insieme il Vangelo, per il resto c’è tempo, l’attesa d’altro canto è durata mille anni.

“Somos hermanos”, siamo fratelli, ha detto il papa rivolgendosi a Kirill quando si sono visti, il colloquio è durato circa due ore, come da programma; prima Francesco e il patriarca si erano abbracciati con amicizia ma senza enfasi retorica. Con loro da un parte il metropolita Hilarion, responsabile delle relazioni esterne del patriarcato, dall’altra il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, entrambi protagonisti di un lungo dialogo che ha portato a quest’incontro cubano.

E in fondo il senso di quanto è avvenuto ieri all’Avana è in uno dei primi passaggi della dichiarazione comune, quandosi afferma: “Ortodossi e cattolici sono uniti non solo dalla comune tradizione della Chiesa del primo millennio, ma anche dalla missione di predicare il Vangelo di Cristo nel mondo di oggi. Questa missione comporta il rispetto reciproco per i membri delle comunità cristiane ed esclude qualsiasi forma di proselitismo. Non siamo concorrenti ma fratelli, e da questo concetto devono essere guidate tutte le nostre azioni reciproche e verso il mondo esterno”.

In quest’affermazione c’è, come presupposto decisivo, una comune visione di pace che spezza diffidenze, rancori, timori. Quell’impegno a costruire un mondo di pace ripetuto da Kirill subito dopo la firma della dichiarazione congiunta; il papa, da parte sua, ha detto: siamo “due vescovi”, e forse è stato questo il passo avanti più forte sul piano strettamente ecclesiale e ecumenico. Infine Bergoglio ha ringraziato Cuba e Raul Castro.

Nel documento comune, poi, ha trovato largo spazio il tema della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente per i quali il Papa e Kirill chiedono un impegno chiaro della Comunità internazionale, tuttavia si parla anche dei rifugiati, degli sfollati, delle vittime della guerra e del terrorismo in Siria e Iraq, si chiede, in tal senso, l’avvio di un dialogo che ristabilisca la pace, si sostengono i negoziati.

Importante anche il riconoscimento comune dell’importanza del dialogo interreligioso mentre è stato riaffermato una volta di più che non si possono compiere crimini in nome di Dio né suscitare violenza con slogan religiosi. Le ingiustizie sociali, il divario economico, la necessità di accogliere i migranti sono altrettanti temi toccati nel testo. Su Europa e famiglia il peso del patriarcato si è invece sentito, viene denunciato un secolarismo che può mettere a rischio la libertà religiosa, la difesa della famiglia ha toni più integralisti che tolleranti.

Tuttavia assai importante, nell’insieme del documento, che la libertà religiosa diventi un criterio generale, dall’Europa, all’Ucraina, al Medio Oriente; nessuna identificazione assoluta fra una Chiesa e una nazione viene ammessa, il pluralismo religioso diventa, implicitamente, strumento di laicità.

Il punto di caduta di tutto è poi la parte sull’Ucraina dove la Chiesa greco-cattolica e la Chiesa ortodossa fedele a Mosca si sono confrontate prima e dopo la guerra che ha diviso il Paese. “Deploriamo – affermano i due leader religiosi – lo scontro in Ucraina che ha già causato molte vittime, innumerevoli ferite ad abitanti pacifici e gettato la società in una grave crisi economica ed umanitaria”. “Invitiamo tutte le parti del conflitto – si prosegue con riferimento indiretto ma evidente anche alla Russia di Putin – alla prudenza, alla solidarietà sociale e all’azione per costruire la pace. Invitiamo le nostre Chiese in Ucraina a lavorare per pervenire all’armonia sociale, ad astenersi dal partecipare allo scontro e a non sostenere un ulteriore sviluppo del conflitto”.

Quindi l’invito a superare tutte le divisioni interne alle chiese cristiane e fra loro stesse: “Auspichiamo che lo scisma tra i fedeli ortodossi in Ucraina possa essere superato sulla base delle norme canoniche esistenti, che tutti i cristiani ortodossi dell’Ucraina vivano nella pace e nell’armonia, e che le comunità cattoliche del Paese vi contribuiscano, in modo da far vedere sempre di più la nostra fratellanza cristiana”. Da oggi il papa è in Messico, torna a una realtà tormentata dove un popolo aspetta la sua parola su temi come migrazioni, narcotraffico, giustizia, convivenza, pace.

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