E se si intervenisse ancora sulle pensioni d’oro?

Pensioni
L'insegna Inps - Istituto nazionale previdenza sociale in una foto d'archivio. ANSA / ETTORE FERRARI

Il prelievo genera risparmi per circa 150 milioni di euro all’anno, ma ogni volta rischia di non rispettare i principi di costituzionalità

La sentenza di ieri della Corte costituzionale, secondo la quale è legittimo imporre un contributo di solidarietà sulle pensioni di importo più elevato, le cosiddette pensioni d’oro, implica alcune conseguenze politiche di non poco rilievo. In primo luogo perché per la prima volta viene meno quel “divieto sacrale” secondo cui alcuni diritti acquisiti non si possono toccare. L’ha messo in evidenza stamani anche l’ex ministro Elsa Fornero: “I diritti sono una cosa importante e seria – ha detto – ma quando configurano privilegi veri e propri, cioè diritti che sono però pagati da altri magari anche più poveri, allora è giusto che siano messi in discussione”.

Nella sentenza di ieri è prevalso il buon senso e il principio di solidarietà. Perché, dunque, non riproporre ancora una misura del genere?

La materia è complessa e per prima cosa non è detto che un nuovo contributo verrebbe giudicato legittimo. Gli stessi giudici della Consulta hanno bocciato nel 2013 un prelievo analogo proposto dal governo Monti, sostenendo che si trattasse di un aggravio fiscale. Nel caso giudicato ieri, invece, i risparmi del contributo di solidarietà sono destinati – ed è questa la sostanziale differenza – a finanziare lo stesso sistema previdenziale.

Proprio da questo presupposto potrebbe partire il ragionamento per un nuovo prelievo: con le risorse liberate si potrebbe finanziare una parte dell’anticipo pensionistico, strumento che tanto tormenta i ragionieri delle casse pubbliche al punto di fare ricorso al sistema bancario (tramite un prestito da restituire in vent’anni). Ma soprattutto, un eventuale contributo sugli importi più elevati potrebbe muoversi in direzione delle pensioni più povere, rivalutando le minime o abbassandone le tasse, ipotesi che peraltro sarebbe già nelle intenzioni del governo.

Certo è che la sentenza di ieri sottolinea come il prelievo debba essere una tantum, quindi difficilmente replicabile. Ma la vera questione è che il contributo di solidarietà sopra i 90mila euro (soglia per le cosiddette pensioni d’oro) genera risparmi per 153 milioni di euro all’anno, una cifra forse troppo bassa per apportare modifiche significative al sistema.

Bisognerà dunque capire se riproporlo abbia un senso, visto che incide in maniera significativa sulle persone interessate (i ricorrenti lamentano un eccessivo accanimento nei loro confronti), e allo stesso tempo non garantisce un solido risparmio in termini economici. Tuttavia andrebbe incontro a quel principio di solidarietà e di giustizia sociale che una parte del Pd chiede a gran voce. Dall’altra parte c’è invece il rischio, non trascurabile, che una misura del genere venga giudicata (questa volta) illegittima dalla Consulta, gettando il sistema previdenziale in un nuovo caos.

Vedi anche

Altri articoli