Fo, il corpo del teatro contro il potere

Speciale Fo | l'Unità
A picture of Dario Fo at the mortuary chapel of Italian Nobel Prize Dario Fo in Milan, 14 October 2016. Dario Fo yesterday died at age 90. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Il più vero erede della commedia dell’arte. La grandezza di un autore e attore che ha creato un linguaggio spiazzante

Dario Fo diceva che da bambino, a San Giano, piccolo paese sopra Luino dove era nato e suo padre era capostazione, il suo tempo era scandito dai fischi del treno e dal suono delle campane. Ma raccontava anche della sua fuga a Milano per frequentare l’Accademia di Brera e dopo la Facoltà di Architettura al Politecnico senza però terminare gli studi. E ricordava, sia pure con fatica, di essere stato volontario, alla fine del fascismo, a diciassette anni, dopo avere cercato di essere renitente, nell’esercito della Rsi, per evitare la deportazione in Germania. E ricordava, con più piacere, quelli che considerava i suoi maestri: un fabulatore che si chiamava Dighelno, «straordinario, faceva mille mestieri, dall’imbianchino al contrabbandiere, al soffiatore di vetro». Ma anche Giorgio Strehler – che ironicamente chiamava l’Azzurro, per via del colore dei suoi capelli, «magnifico e generoso: quando con Parenti e Durano preparavamo al Piccolo Il dito nell’occhio veniva a vedere le prove, ci aiutava con le luci. Oggi ogni tanto lo attacco per via di quella maledetta voglia che abbiamo tutti noi di prendercela con quelli che ci hanno preceduto». E poi citava l’importanza di Totò, la rivelazione –grazie a lui –«del paradosso, dello scatto, del raddoppio delle situazioni, dell’uso del corpo, della voce e del ritmo». E non dimenticava mai l’incontro folgorante – un vero e proprio colpo di fulmine, diceva – con Franca Rame. È un fatto: scrivendo di Dario Fo che se ne è andato ieri mattina nella sua Milano a 90 anni, dopo qualche giorno in ospedale, mi viene voglia di riandare al passato, ai primi incontri che ho avuto con lui, alle prime cose che mi ha detto. Perché negli ultimi tempi, soprattutto da quando era mancata Franca che sapeva tenere diritta la barra del suo modo di essere e che amorevolmente gli stava vicina impedendogli di deragliare, Dario ha fatto scelte e detto cose che non potevo condividere. Disagio che non era solo mio ma che, certo, non misconosceva la sua grandezza d’artista.

L’autore italiano più rappresentato
Oggi, però, è alla sua parabola lunga, colma di difficoltà e di successi, così importante nel teatro italiano, aureolata oltretutto dal Premio Nobel per la letteratura nel 1997, che è giusto tornare. E cercare di raccontare del Fo autore, il più rappresentato fra gli italiani all’estero come Pirandello ed Eduardo, della sua invenzione di un meccanismo drammaturgico che si nutriva delle farse, delle commedie all’improvviso , sempre però affondando le sue radici nel grottesco, nell’assurdo spiazzante. E ricordare il Fo attore per il quale, certo, la parola era fondamentale, ma che in scena la faceva dilatare per come sapeva usare il corpo e una gestualità davvero straordinaria. E il corpo, per Dario, è stato un modo non solo di essere, di presentarsi, ma anche una sfida, una provocazione, un linguaggio, una scrittura parallela, un grimaldello per entrare nell’immaginario, nella coscienza dello spettatore per mettergli almeno la pulce all’orecchio, per sparigliare tutto aggiungendo un po’ di pepe al suo tranquillo ron ron. Grazie al corpo, al volto in grado di trasformarsi nella maschera di una maschera, alla sua capacità funambolica, da vero erede della commedia dell’arte, di raccontare, Fo ha conquistato spettatori di mezzo mondo che magari non capivano quello che diceva, ma in realtà erano in grado di cogliere il senso profondo del suo stare in scena. La sua strada di autore-attore, pur continuando a dipingere, l’aveva iniziata alla radio fra il 1952 e il 1953 con i discorsi strampalati del “poer nano”ed era continuata grazie all’incontro con due attori come Franco Parenti e Giustino Durano con Il dito nell’occhio che, presentato nel 1953 nella cosiddetta stagione estiva del Piccolo di Milano, aveva avuto un successo clamoroso, l’anno dopo ripetuto con Sani da legare subito tallonati dalla censura, che avrà sempre un “occhio di riguardo” nei suoi confronti: basti ricordare la celebre Canzonissima nella Rai del 1963 – che terminava con la bellissima canzone Stringimi forte i polsi musica di Fiorenzo Carpi, parole di Dario, cantata da Mina -, che lui e Franca Rame abbandonarono con grande clamore. E intanto scriveva e interpretava (con Franca) farse stralunate, su manichini e donne nude, su pistole con gli occhi bianchi e neri, becchine svaporate, regine e cacciaballe, ma anche pamphlet politici, ragionava cantando, denunciava la corruzione, rappresentava un glorioso Mistero buffo che ha tenuto vivo fino all’ultimo, una riscrittura dell’Opera tre soldi, anzi dello “sghignazzo”, con Nada dove non arrivava una nave «tutta vele e cannoni», ma un’astronave, morti accidentali o meno di anarchici , un Ubu Bas che voleva portare all’ammasso il cervello della gente… In una parola il teatro secondo Dario e Franca da rappresentare sul palcoscenico sotto il segno di un assurdo che cattura, che fa pensare, ma non spaventa, dove gli incidenti fortuiti sono il pane dell’attore, come se si potesse affrontare tutto con una risata, senza perdere il filo delle cose, senza fermarsi di fronte a nessuna denuncia, a nessun pericolo personale. Ovvero l’estetica dello sfottò, inventata da Dario, corroborata da Franca e portata avanti magistralmente da tutti e due. E quante risate quando lei in scena faceva la svampita e per il palcoscenico scorrazzavano i questurini mescolando spettacolo e vita privata con il celebre «Ma Dario…» e il pubblico pensava che quel richiamo fosse rivolto proprio all’attore che sembrava partito per la tangente ma non era vero perché il self control di Fo era a tutta prova e nulla era lasciato al caso: anzi, quell’esclamazione si trasformava in una specie di “sentinella” drammaturgica, un tracciato noto solo a loro due in un accumulo di tensione e di attenzione.

La sua grande scuola
Tutto senza mai possedere un teatro, ospiti paganti di teatri prima borghesi e poi in luoghi più proletari quando il discorso con il suo gruppo La Comune si era fatto più politico e duro o alla Palazzina Liberty occupata e rimessa a nuovo da loro e dai loro supporter. E intanto con loro recitava una giovanissima Mariangela Melato e un già scapestrato Paolo Rossi e molti altri: idealmente una scuola in palcoscenico secondo una tradizione che condividevano con Eduardo. Una tradizione magari “p ro f a n a t a” per amore del teatro, con uno slancio in grado di fare vibrare la corda pazza che ognuno di noi possiede dentro di sé, che orla di nero il riso e che è pronta a sbancare il precostituito, che ama il sarcasmo, ma sa buttarsi a capofitto nelle cose. Spesso i testi di Dario parlavano di Milano, sua città d’adozione: quella di Sant’Ambrogio di un lontano spettacolo, Milano e il suo orgoglio, ma anche Milano e le sue fogne da cui derivava – diceva – il celebre detto milanese «siamo nella merda fino al collo ma teniamo la testa alta»; quella della strage alla Banca dell’Agricoltura, un anarchico che vola giù da una finestra della Questura chissà come. Era Morte accidentale di un anarchico si parlava dell’anarchico Pinelli e con nomi di fantasia del “ballerino” Pietro Valpreda, di una giornalista scomoda, Maria Feletti (che era poi Camilla Cederna), testimone del volo dalla finestra del quarto piano della Questura con il suo Matto pasticcione che metteva a nudo le connivenze, le bugie: uno dei testi più tartassati dalla censura, più discussi e più famosi (è stato rappresentato anche al Berliner Ensemble, il teatro che fu di Bertolt Brecht). Negli ultimi tempi , con la complicità di Giuseppina Manin, aveva scritto un libro Dario e Dio, tema ostico visto alla sua maniera cioè da ateo convinto: Dio non c’è, diceva, anche se… «se guardo alle meraviglie del mondo…» Ma ha anche girato l’Italia tenendo delle affascinanti lezioni-spettacolo su artisti famosi come Giotto, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, di cui riproponeva il tratto, la tavolozza oltre che la vicenda umana e artistica. Infaticabile, sempre in movimento o dal figlio Jacopo in Umbria forse perché la casa milanese senza Franca – di cui diceva di sentire ovunque la presenza- era troppo grande e troppo silenziosa per lui.

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