Senato, indietro non si torna

Riforme
La senatrice Anna Finocchiaro in aula del Senato, Roma, 15 gennaio 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Non condivido l’ipotesi di un Senato eletto direttamente, e se scegliessimo questa strada, andando ad incidere sull’articolo 2 del testo, saremmo a ricominciare considerando il lavoro già fatto e le tante difficoltà superate come inutili

Il testo di riforma costituzionale approvato prima a Palazzo Madama e poi alla Camera definisce il Senato come organo di rappresentanza delle istituzioni territoriali e stabilisce che sia composto da consiglieri regionali e sindaci. Si tratta di una scelta operata conformemente dai due rami del Parlamento, e anzi, rafforzata dall’unico emendamento introdotto dalla Camera all’art. 2 laddove si dice che i senatori sono eletti dagli organi delle istituzioni territoriali, e non negli organi medesimi.
Questa scelta, peraltro, non è eccentrica rispetto all’elaborazione politica e culturale del PD (e dei DS prima) poiché tutti ricordiamo, ad esempio, che nella tesi n. 4 del programma dell’Ulivo, e poi nella bozza Violante la scelta era stata quella del superamento del Senato elettivo in favore di un Senato composto da rappresentanti delle istituzioni territoriali. Per inquadrare meglio la scelta di quegli anni, mi limito peraltro a ricordare che nelle tesi dell’Ulivo il Senato, così definito e composto, si inseriva in un quadro istituzionale composto da una Camera eletta con legge elettorale maggioritaria, e che il tutto corrispondeva all’esigenza politica e istituzionale di dare all’Italia una democrazia “governante”.

Allo stesso modo sempre la bozza Violante venne sostenuta in Parlamento pur essendo ancora vigente il Porcellum, e dunque una legge elettorale che consegnava la maggioranza parlamentare alla forza politica (o coalizione) che avesse riportato un voto in più. Mi permetto di osservare che allora nessuno di noi avanzò critiche o riserve circa la “tenuta democratica” del sistema. Per questo non mi convince la tesi secondo cui noi staremmo operando una scelta pericolosa e sbagliata.
Ma sono convinta che la preoccupazione che alcuni esprimono circa la necessità di assicurare un bilanciamento del potere attribuito al governo ed alla sua maggioranza dalla nuova legge elettorale sia una preoccupazione seria e, per quanto riguarda me, costantemente presente. Per cultura politica, per cultura istituzionale, per formazione giuridica. Ma io non credo che questo bilanciamento si otterrebbe con l’elezione diretta di 95 senatori. Per due ragioni: innanzitutto perché – fossero pure tutti allineati – novantacinque senatori non potrebbero bilanciare la forza di una Camera composta da 630 deputati e da una maggioranza di 340. La tesi, dunque, può essere suggestiva, ma risulta velleitaria. La seconda ragione è che affiancare ad una Camera composta in modo maggioritario un Senato eletto con metodo proporzionale introdurrebbe un elemento di instabilità del sistema. Il Senato, con la sua composizione proporzionale, sarebbe lì a rappresentare ogni giorno quali sono i reali rapporti di forza tra i partiti e, per questa ragione appunto, costituirebbe un elemento di continua instabilità.

Il contrappeso alla forza del Governo e della sua maggioranza può stare, invece, nella forza delle istituzioni territoriali rappresentate in Senato e nelle funzioni che questo organo esercita, tanto più liberamente quando si tratti di funzioni di valutazione e di controllo, in quanto libero dal vincolo della fiducia.
In questo senso condivido la necessità che si rivedano le funzioni assegnate al Senato, che sono state amputate nella lettura alla Camera. Le audizioni dei Presidenti di Regione in questi giorni mi confortano in questa convinzione.
Così come credo che vada restituita al Senato la elezione dei due giudici della Corte costituzionale, affidandogli il compito di contribuire alla composizione di un organo di garanzia che è peraltro così impegnato nel vaglio di leggi regionali e nel dirimere conflitti di competenza tra Stato e Regioni.
Non voglio però, a questo punto, trascurare una questione che appare, nel dibattito pubblico, come la ‘questione’, e cioè quella della composizione del Senato. Voglio subito precisare che la decisione sul punto è intervenuta dopo la definizione delle funzioni che occorreva attribuire al Senato. Ad esempio, ci siamo rifatti ad una ‘nostra’ elaborazione culturale politica circa la necessità che ci sia nell’ordinamento un organo di raccordo tra lo Stato, le regioni e gli altri enti territoriali, e fra questi ultimi e l’Unione europea, che partecipi all’attuazione e alla formazione della normativa e delle politiche dell’Unione. Tante volte abbiamo sottolineato quale potente fattore di integrazione questo possa rappresentare per il Paese intero.

Ho già espresso le ragioni per le quali non condivido l’ipotesi di un Senato eletto direttamente, ma ora voglio aggiungere che se scegliessimo questa strada, andando ad incidere sull’articolo 2 del testo, saremmo costretti a ripensare, appunto, anche la natura e le funzioni del Senato. Cioè, in definitiva, a ricominciare, considerando il lavoro già fatto e le tante difficoltà superate come inutili. Credo però, con la stessa convinzione, che possa essere accolta, con una modifica, l’esigenza di una diretta indicazione da parte dei cittadini, in occasione delle consultazioni regionali, dei consiglieri e dei sindaci eleggibili a senatori, agendo su un’altra parte del testo che non sia l’articolo 2 e, dunque, evitando di travolgere quanto è già stato votato identicamente da Camera e Senato. Trovo inconcepibile che il Pd non possa arrivare unito all’approvazione del testo in Senato e poi alla Camera. E trovo inaccettabile che il nostro partito, ad un passo dal traguardo e dopo tre decenni di inutili tentativi, dopo tante difficoltà superate insieme (perdonatemi l’insistenza), rinunci all’ambizione di dare al Paese una riforma costituzionale utile, efficace e moderna.

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