Finalmente, un Jobs Act per il lavoro autonomo

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Dopo le norme sui lavoratori dipendenti è arrivato il momento per un Jobs Act per i lavoratori autonomi

Con il Jobs Act dei lavori autonomi – annunciato nella conferenza stampa sulla Stabilità – il premier Renzi mantiene la promessa presa a febbraio con milioni di lavoratori. Ci vuole coraggio per ammettere un errore, ancora di più per porvi rimedio: il Governo, l’ha avuto in occasione del Milleproroghe e lo conferma oggi. Ci si è saputi ascoltare, e i risultati iniziano a vedersi. Fin qui, la riforma del lavoro conclusa a settembre aveva già fatto passi importanti per incentivare, per semplificare e per stabilizzare: destinatari di queste misure, prevalentemente i dipendenti e precari. Mancava però ancora un tassello importante per allargare lo sguardo a un’altra parte importante del lavoro di oggi e di domani: quello autonomo e delle partite Iva. Senza un intervento su questi temi, infatti, rischiamo non solo di ripetere gli errori del passato e non riconoscere che c’è un mondo che in questi anni non solo è cresciuto, ma rappresenta in molti casi l’eccellenza, il talento, il coraggio, l’innovazione del sistema produttivo. Eppure, bassi redditi e contributi elevati, in cambio tutele limitate se non assenti: questa è la condizione che vivono moltissimi autonomi (in Italia in tutto circa 5,5 milioni, di cui 1,5 mln iscritti alla Gestione Separata, oltre 200mila in maniera esclusiva).

Donne e uomini che vivono un paradosso: essere protagonisti del nostro tempo e della società della Conoscenza, in virtù delle loro alte capacità e competenze, ma allo stesso tempo vittime di una fragilità strutturale nei confronti del resto della popolazione attiva. Secondo la CGIA nel 2014 quasi il doppio delle famiglie di autonomi, rispetto a quelle di dipendenti, sono state a rischio povertà. Tra loro, una famiglia su quattro ha vissuto con un reddito disponibile inferiore a questa soglia (9.456 euro annui secondo il parametro ISTAT), dopo un crollo di quasi il 7% in questi anni. La ragione di un simile impegno, per noi, è allora genetica: compito di una forza progressista e di sinistra, come deve essere il Pd, è innanzitutto quello di stare dalla parte di chi è più debole e di lavorare per migliorarne la condizione, convinti che in questo modo si possa migliorare l’intera società.

I lavoratori autonomi sono i nuovi “deboli” di cui dobbiamo occuparci, e insieme una grande risorsa da sostenere e valorizzare. Di questo abbiamo parlato nell’appuntamento di domenica a Largo del Nazareno, organizzato con il Gruppo parlamentare Pd alla Camera e dal Pd di Roma. Una giornata che ha concretizzato il dialogo di questi mesi con il mondo autonomo. Ne sono emerse proposte finalmente condivise e dettagliate: impegni chiari che il Pd ha ora preso con loro, e che bisognerà tradurre nei prossimi provvedimenti. La legge di Stabilità e il ddl collegato, con le misure annunciate da Renzi, saranno per questo un’occasione da non farsi sfuggire. I rappresentanti del Governo domenica avevano già raccolto gran parte delle nostre richieste, dando anticipazioni molto importanti delle misure allo studio. Oggi, nelle parole del premier, si conferma l’intenzione di imboccare la strada giusta. Per far sì che le proposte nate dal confronto non andassero disperse, le abbiamo scritte nero su bianco con un disegno di legge che ho presentato come prima firmataria. Un testo che vuole tenere conto anche dei precedenti nelle passate legislature, aggiornandoli però alla situazione attuale e aggiungendo diverse idee nuove. Sarà una ulteriore contributo per il lavoro del Governo. Nuovi minimi (con soglia di accesso alzata a 30mila euro e aliquota abbassata al 5% nei primi anni, senza limiti di età); blocco dell’aliquota Inps (e seria valutazione di un suo abbassamento progressivo al 24%, come per le altre categorie); “no-tax area” per i redditi più bassi (equiparata a quella dei dipendenti); estensione della maternità a tutte le autonome e dei congedi anche ai padri (per favorire la genitorialità condivisa); sospensione degli obblighi Inps/Irpef in caso di malattia grave (con rimborso, a rate, solo dopo la guarigione); totale deduzione delle spese per formazione e aggiornamento; pieno accesso ai bandi europei; tutela contro il ritardo nei pagamenti; accesso alle informazioni su opportunità pubbliche (ad esempio per le start up) e al credito; orientamento e politiche attive dedicate (immaginando un ruolo per la nuova agenzia nazionale ANPAL nella riorganizzazione dei centri per l’impiego), difesa della proprietà intellettuale. La riforma si potrà fare con più strumenti, a patto di condividere la necessità che l’intero percorso si concluda in tempi rapidi. Il cantiere del lavoro, insomma, rimane aperto anche nell’autunno: non più per mettere singoli puntelli, ma per rivedere dalle fondamenta l’architettura. Non per creare nuove contrapposizioni, ma per rispondere alle reali evoluzioni del lavoro in atto, rispondendo ai principi di giustizia ed equità. Sono convinta che, con l’impegno di tutto il Gruppo PD, possa essere la volta buona anche per la piccola rivoluzione che milioni di lavoratrici e lavoratori attendono attendono da troppo tempo: il “Jobs Act per il lavoro autonomo”.

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