Figli con il cognome della madre? Un passo verso l’uguaglianza

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Il cambiamento non si ferma ad aspettarci e trova altre strade da percorrere

Ancora una volta la politica si fa anticipare dai tribunali, questa volta il tema è la possibilità di dare ai bambini il cognome della madre. 

Oggi, infatti, la Corte Costituzionale discute un ricorso di una coppia che voleva dare al figlio, dalla nascita, il cognome della madre, scelta impossibile in Italia.

Ad oggi, da noi, il bambino prende automaticamente il cognome del padre, e, qualora i genitori decidano di fare diversamente, o di aggiungere quello della madre, la trafila è lunga e complicata, al punto da farla sembrare una concessione con l’ultima parola spetta infatti al prefetto e con l’obbligo di giustificare la scelta. 

In Europa , invece, le norme sono tutte ispirate allo stesso principio: la possibilità di attribuire al proprio figlio o alla propria figlia, al momento della nascita, il cognome paterno, materno o quello di entrambi i genitori. 

Una scelta di libertà che da così pieno riconoscimento al ruolo della madre nella nascita del bambino, riconoscendole pari diritti e dignità e facendone una scelta della coppia e non un’imposizione di legge. 

Non sembri di poco conto questa questione: ha a che fare con tanta della cultura patriarcale, purtroppo ancora molto diffusa nel Paese, e perpetra disuguaglianze non giustificate da altro chi vuole che tutto resti com’è, anche se è inadeguato ai tempi che viviamo. 

E’ un tema reale e non solo simbolico, parla di libertà e uguaglianza: il linguaggio, infatti, non è mai irrilevante, dà forma al nostro modo di vedere le cose, crea punti di vista e strutture mentali che poi restano solide e plasmano i rapporti sociali. Cancellare il cognome della madre vuol dire cancellarne un pezzo di dignità e limitarne la libertà; vuol dire dare preminenza al padre, infine vuol dire mettere i due genitori su posizioni diverse, fin dall’inizio. E’ un modo, infine, per negare la realtà da cui si nasce.

Una questione inaccettabile, fonte di discriminazioni, stereotipi, pregiudizi, contrastata, per questo, da anni.

Malgrado i richiami e le condanne da parte delle istituzioni comunitarie, l’ultima, in ordine di tempo, è la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio 2014, il Paese è rimasto fermo e la legislazione non è cambiata, lasciandoci ancora indietro in tema di diritti e uguaglianza. 

L’Italia è da troppo tempo in ritardo: si era impegnata a eliminare queste disparità già nel 1979 siglando, e poi ratificando, qualche anno dopo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna. Gli Stati aderenti si impegnavano a prendere tutte le misure adeguate per eliminare le discriminazioni in tutte le questioni relative al matrimonio e ai rapporti familiari, ed in particolare ad assicurare, in condizioni di parità con gli uomini, gli stessi diritti personali al marito e alla moglie, compresa la scelta del cognome.

Da allora però non è cambiato molto. E siamo gli ultimi in Europa.

Spero che la Corte si pronunci in maniera positiva, ma la palla tornerà poi alla politica, che dovrà rapidamente approvare il Ddl, già votato alla Camera e da troppo tempo fermo in Senato.

Abbiamo una grande responsabilità: smetterla di restare indietro a quello che cambia nel Paese, nella cultura e nelle abitudini, perché il cambiamento non si ferma ad aspettarci e trova altre strade da percorrere. 

 

*Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato

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