Fenomenologia di Carlo Conti, il Semplificatore

Sanremo
Italian host Carlo Conti attends a press conference on the 66th Festival of the Italian Song of San Remo, in Sanremo, Italy, 11 February 2016. The 66th edition of the television song contest runs from 09 to 13 February.  ANSA/ETTORE FERRARI

Il Re di Sanremo interprete dell’aria che tira

Se Mike era il lato anarchico-generoso dell’Italia rinata, Baudo quello paternalistico-prudente dell’Italia democristiana, Bonolis quello furbetto-psichedelico dell’Italia pseudomoderna e Fazio quello buonista-acculturato dell’Italia ulivista, Carlo Conti è il lato semplificato-ottimista dell’Italia renziana (paradossalmente non c’è stato un festival berlusconiano negli anni di Berlusconi, un contrappasso imprevedibile per l’Uomo di spettacolo giunto al potere): questo sembra a noi che per età possiamo ben dire di aver visto diversi lustri ormai del Festival di Sanremo.

Il quale Festival di Sanremo alla fin fine è il suo presentatore. Lo si è detto dei quattro grandi sopra citati, lo si dice di questo presentatore con la c aspirata, pure lui, che ha qualcosa che, diciamo la verità, ancora solo pochi anni fa non si sospettava.

Eh già, chi gli dava una lira, a Carlo Conti? Bravo, sì, a condurre sabati sera uno uguale all’altro, gli show da tinello con il signore-e-signori- ecco-a-voi, né simpatico né antipatico, né bello né brutto, né forbito né rozzo: Conti è la doppia negazione, un tiro non a effetto, un pranzetto dignitoso ma dimenticabile, un conticino in banca senza rischi di bail in.

Funziona. La sua accorta guerra di posizione conquista il territorio palmo dopo palmo, un anti-Napoleone, come furono tanti generali del Napoleone medesimo ai quali la Storia non rese giusto merito. Soldato delle retrovie, col tempo Conti con le sua innocua andatura è salito al comando.

Un campione della “medietà aristotelica” che come scrisse Umberto Eco nella celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno, “è equilibrio nell’esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della prudenza”.

Ecco il “punto contiano” – la medietà come equilibrio o meglio ancora come semplificazione. Conti semplifica tutto, ma dietro c’è un vasto lavoro, una professionalità, una vita forse anche sudaticcia vissuta gradino dopo gradino, sorriso dopo sorriso: lui per così dire, “arriva a semplificare”. Il contrario di Mike, che partiva – e rimaneva – sulla semplificazione. Sentiamo ancora Eco: “Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate (…) Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui”.

Se Bonolis reagì alla sublime rozzezza confinante col non sense di Mike con barocchismi elevati a sistema e Fazio con la riduzione della Storia al livello del divano di casa, Conti lo fa con l’abile districarsi da sempre incombenti difficoltà con un personale “mestiere di vivere” molto simile a quelli di noi tutti e quindi non lontano dalla nostra quotidianità: se non un amico, è almeno l’inquilino del piano di sopra – tutto bene a casa? E i figli, che fanno, crescono eh?- ed è quindi, in sommo grado, nazional-popolare, nel senso ricordato dal Gramsci dei Quaderni citato qui da Rondolino: “Non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio”.

Conti cattura la terza via fra impegno e disimpegno, al contrario di Mike, nel quale – scriveva Eco – “si annulla la tensione tra essere e dover essere”: Conti è quello che deve essere. E quello che deve essere è quello che ci aspettiamo quando premiamo il tasto 1 sul telecomando ingollando un pezzo di cioccolato – perché, come ha scritto Andrea Salerno, è così che al giorno d’oggi si deve vedere Sanremo, con il cioccolato e il tablet.

Il confine fra furbizia e professionalità, nella vita e soprattutto in tv è labile ma punteremmo sulla seconda, se dovessimo giocare sul tavolo di Conti, laddove professionalità significa anche saper rischiare, con moderazione s’intende. E sempre sempre sempre sorridendo: se come diceva Gianpaolo Pansa l’emblema della Dc era la risata, per Conti è il sorrisone.

Attenzione dunque a non scambiare Carlo Conti per un Mersault camusiano sorpreso del suo vivere e nemmeno per un piccolo dandy di provincia baciato dalla Fortuna o per un Bel Ami 2.0. Un “mediano che fa gol”, ha scritto Domenico Naso sul Fatto, e sia: purché per mediano non si intenda quello di Ligabue-Oriali-Prodi ma un mediano alla Neeskens, se ve lo ricordate, uno che non sbaglia mai niente, e anche se non ha il genio di Crujiff però di quel genio annota tutto e qualcosa resterà.

No, a noi pare piuttosto che Conti – con questo cognome anonimo ma che ebbe gran peso secoli fa, a Parigi c’è pure un Quai de Conti, figurarsi – sia il vero erede di Baudo, che forse è il più grande di tutti almeno in quanto a capacità di rappresentare lo spirito del Tempo o più prosaicamente l’aria che tira, se è vero che tira aria di semplificazione (che non è mera semplicità ma riduzione della complessità), di rassicurazione, di uomini giusti al posto giusto, in questa nostra Italia tutta scarpe rotte eppur bisogna andar, tutte cose – e diciamolo – che si attagliano al renzismo in formato famiglia, di cui il presentatore con la c aspirata è cantore minuto, dignitoso e attento, amante del giusto mezzo,  è l’ aristotelico Carlo il Semplificatore.

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