Fenomenologia di Andrea Scanzi. Un esercizio di stile

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MILANO - TRASMISSIONE TELEVISIVA "L'ULTIMA PAROLA" -  NELLA FOTO ANDREA SCANZI , GIORNALISTA DE -IL FATTO QUOTIDIANO- E SCRITTORE

“Cresci un po’ Andrea, ed esci da quel baretto, hai un’età”

Andrea Scanzi è in assoluto il giornalista che più mi sta simpatico nell’arena pubblica e televisiva. Ha quel sorriso furbetto, quel ghigno da saputello, quella faccia da scugnizzo che lo trasforma ai miei occhi come il prodotto televisivo per eccellenza, e come tale merita la mia stima e la mia simpatia.

Scanzi ha sia la faccia da schiaffi sia quella della persona con la quale usciresti a berti più di una birra la sera, per poi però accorgerti a fine serata della vacuità del suo pensiero, e magari deprimerti per avergli dato pure retta.

Ripeto, prodotto televisivo, perché è di quello che stiamo parlando.

Sì, perché il “noto” giornalista de Il Fatto Quotidiano, nonché prezzemolino televisivo – va beh poi si spaccia per scrittore, sceneggiatore, presentatore, esperto di musica, di calcio e chi più ne ha più ne metta – la sa lunga, su di sé, su come funziona il mezzo televisivo e su come funziona la comunicazione.

Ci tengo subito a precisare che non è un fenomeno che tocca solo Andrea Scanzi, è molto in voga tra i giornalisti prezzemolini, ma lui è quello che Weber definirebbe come “tipo ideale”.

Lui è così, da sempre, da quando ha iniziato le sue prima apparizioni televisive.

Un personaggio in cerca di autore avremmo detto una volta, oggi invece è uno sempre e in continua ricerca di visibilità, fama e conosce bene i codici per attirarla a sé, soprattutto quelli del self-branding, perché come è ben evidente di sé ormai ha fatto un marchio. Anche perché è diventato l’autore di se stesso.

Il giochino che usa è semplice, più alzi il tono e più fai share, più la gente ti ama e ti odia e più ti chiamano in televisione. Un circuito nel quale, una volta che sei entrato e giochi bene le tue carte, puoi rimanere un bel po’ di tempo.

E lui lo sa fa fare, cosa? Vendersi appunto.

Io li leggo i suoi pezzi, li valuto, li analizzo (va beh sto esagerando) e ho anche un luogo ideale dove farlo.

Nei suoi articoli ci trovi un po’ di tutto, dalla Boschi a JP Morgan, dai Pink Floyd a Maradona, da Renzi a Caltagirone, sempre tutti insieme eh, dovesse dimenticarsene qualcuno qualche volta. Mai.

Un groviglio di parole, proposizioni, parentesi, tentati acuti stilistici, che fanno sorridere perché più lo leggi e più ti accorgi che di fondo c’è uno sforzo enorme nel creare ancoraggi culturali, imparati però fuori al bar dell’università e dei quali ancora non riesce a liberarsene. Mi verrebbe da dire ‘cresci un po’ Andrea ed esci da quel baretto, hai una età‘.

I suoi attacchi il più delle volte sono di natura personale o sociale, mai politiche, anche perché un integerrimo difensore della verità come lui non può scendere a livello dei politici che lui ogni giorno avversa per amore dei fatti.

Così almeno dice lui.

Un tipico giornalismo che gli anglosassoni chiamerebbero “watchdog”, ma che nelle sua mani si trasforma in qualcosa che è tra l’inciucio sentito all’angolo della strada e la retorica banale e svogliata di chi non apre un libro da un bel po’ di anni. Ah, lui di libri ne ha scritti eh, letti anche quelli, Fabio Volo in confronto è un Premio Pulitzer. Ve li consiglio, leggeteli, perché è da questi testi che si capisce quanto alta sia la sua lirica.

Se non ve ne foste accorti questo pezzo è un esercizio di stile, si, mi sono rifatto al suo modo di scrivere, alla sua imponente penna, dalla quale ho tutto da imparare, soprattutto “saper vendermi”.

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