Fatta la riforma, ora serve attuarla. La sfida per la Pubblica amministrazione

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Il Premier Matteo Renzi e il ministro della P.A. Marianna Madia a Palazzo Chigi durante la conferenza stampa, Roma, 21 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Solo dopo aver conosciuto risorse, tempi e sanzioni si potrà cantare vittoria per le norme varate dal governo

Con l’approvazione in Consiglio dei ministri dei decreti legislativi sul Codice dell’amministrazione digitale (Cad) e sul Freedom of information act (Foia) è stata segnata una svolta nel progetto di riforma del rapporto tra i cittadini e la Pubblica amministrazione. Almeno sulla carta, si intende, perché adesso comincia la fase più importante e delicata, ovvero quella dell’attuazione.

È proprio sull’attuazione che è naufragata la gran parte delle leggi approvate negli ultimi 20 anni in tema di semplificazione amministrativa ed in particolare di digitalizzazione della burocrazia italiana. La storia ci insegna che non basta scrivere norme e sancire principi se poi non si prevedono modalità di implementazione efficaci, in grado di cambiare concretamente la realtà delle cose. Spesso, infatti, il legislatore ha dettato finalità e obiettivi senza indicare i tempi entro cui dovevano essere raggiunti e le sanzioni da applicare nei confronti degli enti inadempienti. Un limite giustificato dalla mancanza delle risorse pubbliche necessarie. Così poche riforme sono state pienamente applicate, altre in modo parziale, molte, invece, sono rimaste lettera morta.

Il Codice dell’amministrazione digitale e il Freedom information act potrebbero correre questo rischio? Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, si sono limitati ad elencarne i punti principali: “pin unico”, “domicilio digitale”, “accesso a tutti gli atti della P.A.”. Non sono ancora disponibili, infatti, i testi dei decreti. Fare una valutazione di merito dei due provvedimenti è quindi impossibile.

Dal “pin unico” e dalla “residenza digitale” dipende il destino di uno dei principi cardine della riforma: il “digital first”, ovvero la possibilità data al cittadino di dialogare con gli uffici pubblici attraverso il digitale e, quindi, senza più la necessità di recarsi fisicamente alla sportello o di ricorrere alla carta. Si tratterebbe di un cambiamento epocale che semplificherebbe la vita di milioni di cittadini, oltre ad abbattere i costi sia dal lato dei privati che del pubblico.

Sappiamo che il “pin unico”, più correttamente “identità digitale”, per l’accesso via internet ai servizi della Pubblica Amministrazione, è già in fase di sperimentazione e dovrà entrare in funzione entro la fine del 2017. Non sappiamo, però, quali risorse sono state indicate e se queste saranno sufficienti per consentire alle varie P.A., centrali e locali, di rendere tutti i propri servizi accessibili attraverso la rete.

Anche sul domicilio digitale, che prevede il diritto da parte dei cittadini di vedersi recapitare le comunicazioni della P.A. in formato digitale, sulla Pec (Posta elettronica certificata) o tramite lo Spid (Sistema pubblico di identità digitale), non sappiamo se il governo ha previsto modalità di implementazione stringenti o se ha lasciato uscite di sicurezza che mettono al riparo gli enti che non si adeguano alla normativa.

Gli stessi interrogativi vanno posti sul Freedom of information act. Sono stati previsti meccanismi cogenti affinchè le Pubbliche amministrazioni diano completa attuazione alla norma? Ad oggi, il diritto all’accesso è normato da una legge del 1990, la 241, che consente ai cittadini la possibilità di ottenere i documenti della P.A. sulla base di una motivazione. Sarà poi l’ente a valutare se la richiesta è legittima o se non lo è. Il Foia, invece, prevede il “diritto di accesso civico” a chiunque, senza che il cittadino specifichi i motivi, nel rispetto di alcuni limiti previsti dalla legge. Il Foia, inoltre, rafforza il principio di “trasparenza”, attraverso la pubblicazione obbligatoria di documenti, dati e informazioni.

Solo se in questi due decreti, una volta terminato l’iter parlamentare che li trasformerà in legge, saranno indicati in modo chiaro le risorse necessarie, i tempi e le sanzioni si riuscirà finalmente a cambiare verso in modo definitivo nel rapporto tra Pubblica amministrazione e cittadini. Speriamo che sia la volta buona. 

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