Sara Mariani, quando fare il cronista può costare caro

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La giornalista di Agorà minacciata in diretta mentre realizzava un servizio sullo spaccio della droga nel quartiere di Tor Bella Monaca

Fa un certo effetto rivedere il video in cui la giornalista di Agorà, Sara Mariani, viene minacciata in diretta mentre realizza un servizio sullo spaccio della droga nel quartiere di Tor Bella Monaca, a Roma. «Cosa ci fai qua? Vattene o ti uccidiamo»: lo sconosciuto ha avuto la forza bruta non solo di minacciarla con le parole ma anche di farle spegnere i microfoni e impedirle le riprese. Con saggezza, anche per l’intervento del conduttore Gerardo Greco, sono stati evitati guai peggiori.

È la dimostrazione che il giornalismo, specie quello praticato sul campo, ha ancora un alto valore etico e informativo. Carlo Verdelli oltre ad esprimere la solidarietà alla giornalista ha voluto complimentarsi con lei «per la professionalità dimostrata, andando sul posto e affrontando una situazione di rischio, per raccontare il più da vicino possibile una storia di cronaca». Solo chi c’è passato sa cosa significa sentirsi in balia di violenti. Nel lontano ’73, fui tra i giornalisti presi come ostaggi nella rivolta nel carcere di San Gimignano. Quella tumultuosa vicenda finì poi nel sangue.

Di tempo ne è passato ma può costare ancora caro fare il giornalista, quando si lasciano le scrivanie e si torna a consumare le scarpe, come fanno molti di questi giovani professionisti che vengono gettati nella mischia. Questo humus violento e pericoloso non lo registriamo solo nell’episodio di Roma ma in tanti altri luoghi. Come Napoli dove si sono ripetuti, anche recentemente, episodi di minacce e aggressioni a giornalisti e operatori dei media.

Per affrontare la questione si è tenuta, proprio ieri, una riunione sollecitata dai rappresentanti della Federazione nazionale della stampa, del Sindacato unitario giornalisti della Campania e l’Ordine regionale alla quale hanno partecipato, tra gli altri, Beppe Giulietti, Paolo Butturini e il sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore. C’è voglia di reagire, come ha dimostrato anche la recente decisione della Federazione nazionale della Stampa di costituirsi parte civile al processo, in corso a Catania, contro un capo mafioso che ha più volte minacciato di morte il collega Paolo Borrometi.

È la prima volta che il sindacato affianca, come parte civile, i giornalisti minacciati impegnati a processo. Sono atti che non solo tutelano i giornalisti sotto pressione ma che dimostrano l’alta civiltà di un Paese.

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