Extra doppio turno nulla salus. Tre obiezioni alle modifiche

Legge elettorale
Deputati entrano in aula durante il seguito della discussione del disegno di legge di riforma della RAI e del servizio pubblico a Montecitorio,Roma,20 ottobre 2015.       ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI,

I punti critici: strumentalità politica, impossibilità delle maggioranze, provvidenzialismo delle coalizioni

L e due proposte di cui si è discusso ieri (quella Orfini e quella della minoranza Pd) partono entrambe dalla stessa premessa, ossia l’eliminazione del secondo turno. Questa scelta, a catena, rende impossibile l’adozione di un sistema a maggioranza garantita. Il secondo turno, trascinando oltre il cinquanta per cento dei voti validi, consente di portare il vincitore sopra il cinquanta dei seggi e comunque sotto i quorum per gli organi di garanzia.

Le obiezioni che si possono formulare sono tre: strumentalità politica, impossibilità delle maggioranze, provvidenzialismo delle coalizioni. Partiamo in ordine cronologico dalla prima, quella obiettivamente più forte. Cosa significa proporre un sistema di questo genere dopo che nelle amministrative il M5S ha vinto molti ballottaggi? Significa dare per scontato che il M5S andrà per forza al secondo turno e che potrebbe vincere. Nessuna di queste cose, soprattutto la prima (Milano docet) è scontata. Risulta però impossibile negare che si sta costruendo un sistema diverso, nell’ultima parte della legislatura, contro qualcuno di ben individuato. Si è disposti a pagare il prezzo politico di un dibattito in Parlamento in cui il M5S si presenterà come una vittima del vecchio sistema che si chiude a riccio per non perdere? Michel Rocard, morto qualche giorno fa, si dimise dal Governo contro una legge analoga voluta da Mitterrand per “salvare i mobili” di fronte in quel caso a una ben più facilmente prevedibile vittoria del centrodestra che, peraltro, ci fu lo stesso, sia pure ridotta in seggi.

Superata (per chi crede) questa obiezione, che però rischia di avvelenare il dibattito, bisogna affrontare la seconda, quella sull’impossibilità delle maggioranze. Sia il sistema Orfini, per il momento solo enunciato genericamente sia quello della minoranza Pd, noto invece nei dettagli, avrebbero bisogno per produrre una maggioranza in seggi anche minima che la prima forza fosse intorno al quaranta per cento. Quella Orfini, per quello che si capisce un proporzionale con un 15% di premio, postula che sull’85% proporzionale la prima lista ricavi già un 36% di seggi, cioè un 40% di voti. Quello della minoranza Pd è più complicato perché prevede quattro pezzi (uninominale, recupero, premio per la prima e per la seconda lista), ma il risultato in sostanza non cambia: gli scienziati della politica vi spiegheranno meglio di me i dettagli numerici, ma la sostanza è che recupero e premio alla seconda lista equilibrano il premio alla prima e i collegi per cui se la minoranza più forte non prende la maggioranza assoluta dei collegi, cosa pressoché impossibile, una maggioranza non c’è. Un solo chiarimento sui numeri: il premio è solo apparentemente alto, 90 seggi.

Se però il premio è 90 seggi, il primo deve aver preso perlomeno 240 seggi uninominali per arrivare a 330, cioè ad avere almeno 14 seggi di maggioranza che sono il minimo per sopravvivere in Parlamento. Ma col tripolarismo è quasi impossibile che uno dei tre blocchi (centrosinistra, centrodestra o M5S) vinca in oltre in 240 collegi uninominali su 475, cioè nel 50,5% dei collegi. Questa seconda obiezione è però negata come inconsistente dai suoi avversari perché, si dice, siamo in una democrazia parlamentare e quindi al sistema elettorale si può chiedere al massimo di individuare il perno intorno a cui si potranno costruire ulteriori accordi in Parlamento. Qui però si vede tutta l’astrattezza dei sostenitori di questa teoria provvidenzialistica delle coalizioni che non fanno i conti con l’attuale sistema dei partiti. Dal voto può emergere una maggioranza in negativo di forze critiche del sistema non in grado di allearsi tra loro: specie nel secondo caso, quello di un sistema basato su collegi che premia la Lega, forza con voto territorialmente concentrato, non si può affatto escludere che i seggi di Lega e M5S siano superiori al 50%. Esito inevitabile: elezioni a ripetizione.

Un risultato analogo si avrebbe quasi certamente se il M5S arrivasse primo con un premio non tale da fargli superare il 50%. Il M5s esclude a priori di allearsi con chicchessia e quindi ci potrebbe essere esito positivo. Anche volendo escludere questi scenari, a cui verremmo comunque esposti (per evitare che una forza critica del sistema vinca da sola si provocherebbe una crisi del sistema) resterebbe in piedi una sola altra ipotesi, quella di una maggioranza di coalizione tra il centrosinistra e il centrodestra. Al di là del paradosso per cui a questo scenario ci condurrebbe chi ha criminalizzato il patto del nazareno (che era solo sulle regole, non sul Governo) siamo sicuri che l’Italia si meriti questo? Perché non c’è dubbio che a quel punto il conflitto politico apparirebbe all’opinione pubblica come una melassa di forze politiche eterogenee asserragliate in negativo al centro del sistema a difesa di vecchi equilibri contro quelle di protesta. Col rischio che la volta successiva o vincano gli antisistema o si debba rifare quella coalizione obbligata con meno voti e meno seggi.

Discutiamo allora pure di riforme elettorali, purché il nuovo non sia peggiorativo, come oggi purtroppo appare.

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