Europa, la caduta del muro

Brexit
Italian Prime Minister Matteo Renzi (L) adjusts his tie next to German Chancellor Angela Merkel (C) and French President Francois Hollande (R) as they stand with other Heads of State and Government to watch a military fly past in front of a Typhoon fighter jet during the NATO Summit 2014 at the Celtic Manor Resort in Newport, Wales, Britain, 05 September 2014. World leaders from about 60 countries are coming together for a two-day NATO summit taking place from 04-05 September.  ANSA/STEFAN ROUSSEAU / POOL

Improvvisamente tutti cercano l’Italia, sì proprio l’Italia che da paese fondatore torna al centro della scena europea e internazionale avendo l’unica road map in grado di dare un senso e una spinta alla rifondazione dell’Europa

Improvvisamente tutti cercano l’Italia, sì proprio l’Italia che da paese fondatore torna al centro della scena europea e internazionale avendo l’unica road map in grado di dare un senso e una spinta alla rifondazione dell’Europa, arginando l’onda d’urto dei populisti con animo xenofobo. Sui tavoli delle cancellerie oggi non c’è che un piano, quello presentato da presidente del consiglio in tempi non sospetti di disintegrazione, quando alla critica radicale alle scelte suicide di Bruxelles, non solo dal campo degli euroscettici, si rispondeva con il ditino alzato del j’accuse perché “usa toni che mai hanno prodotto esiti in Europa”, “ha una totale mancanza di rispetto del galateo diplomatico di Bruxelles”, “tira troppo la corda”. Oggi, da Parigi a Berlino, da Londra ad Atene e oltre oceano l’Italia è trattata da “grande potenza”. È ormai archiviata la stagione trash del cucù alla Merkel e delle troppo gentili concessioni del nostro parlamento e dei nostri governi ai diktat della Troika.

La campana britannica è suonata per tutti. E il primo segnale del risveglio è la fine dello strapotere di comodo dell’asse Germania-Francia sull’andazzo continentale, con la prima sempre graziata su ogni infrazione o aiuti di Stato o salvataggio di banche, e la seconda sempre autorizzata allo sforamento permanente del vincolo del 3%, con il sostegno della stessa Gran Bretagna terza gamba dell’asse ormai in frantumi. Tra le regole del caos prodotto dal ciclone Brexit, c’è il panico ai piani alti delle austere diplomazie di Bruxelles dove, da tre giorni, la sensazione è che tutto cambierà, basta decidere in che direzione. Ma intanto l’euroburocrazia mai come oggi è sotto osservazione e sotto tiro come artefici di una impressionante deriva. I cittadini europei non sanno più che farsene di un’Europa solo tecnocratica e regno dell’austerity e della sacralità del rigorismo, e dell’indecisionismo a tutto per la debolezza della Commissione Juncker, in crisi verticale di credibilità, la più grave dalla stagione dell’allargamento ad Est.

Dirà oggi Renzi a Merkel e Holland che la più grande sconfitta può diventare l’occasione per rilanciare il disegno europeo. E’ così. Meglio far tesoro di questa crisi e meglio rilanciare, ora o mai più perché la sconfitta britannica ha dimostrato che il re è nudo, come si diceva una volta. La sveglia è suonata chiara e forte e l’exit strategy per fermare il contagio del nazionalismo e dell’isolazionismo, di una disgregazione fino a ieri inimmaginabile nel nome di mille paure è: concretizzare il sogno europeo.

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