Esportazioni e innovazione, la forza delle Pmi

Innovazione
epa04863627 A picture made available on 28 July 2015 of an engineer conducts a test on an antenna in a lab at FiberHome Technologies Group in Wuhan, Hubei province, central China, 27 July 2015. The Caixin-Markit China flash manufacturing PMI report, released July 24, says the index fell to 48.2, down from 49.4 in June.  EPA/SHEPHERD ZHOU CHINA OUT

Rapporto Symbola e Cna: le piccole e medie imprese nostrane motore di sviluppo. Green economy e sostenibilità fra le chiavi del successo

C’ è bisogno di scommettere sulle piccole imprese per rendere più forte l’Italia. Varie parti del mondo economico e politico considerano, da sempre, le Pmi un peso di cui liberarsi, partendo da una lettura pigra e distratta della nostra realtà. Senza valutare che esistono grandi imprese con un futuro angusto e piccole aziende con un grande futuro.

Il rapporto “Le Pmi e la sfida della qualità” di Symbola e CNA contribuisce ad una lettura diversa, ancor più necessaria nel momento in cui si cominciano a vedere i primi segni di uscita dalla crisi. Una crisi difficile, dura, che ha acutizzato i gravi problemi economici e sociali dell’Italia sommando ai mali strutturali del Paese la pesantezza della recessione economica. In questi ultimi mesi, tuttavia, l’economia ha ripreso il segno positivo e, seppur in forme timide, sta tornando un clima di fiducia nel futuro. Ed è quello di cui abbiamo bisogno: tornare a credere nella nostra capacità di creare, di inventare, di «produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo» come lo storico economista Carlo M. Cipolla definiva la missione del nostro Paese.

Questa nostra capacità di assumere un posto nel mondo globalizzato, di continuare ad avere, nonostante le difficoltà, un forte export con l’estero, è dovuta anche a quel tessuto di piccole e medie imprese che caratterizza il nostro sistema produttivo e ne costituisce un motore, non certo una palla al piede, quando si muove nella giusta direzione. Non a caso quelle che sfondano sui mercati internazionali sono quelle che maggiormente riescono a trarre forza dal proprio territorio, dalla sua cultura e dalle sue energie creative, puntando su innovazione e green economy. Questo è quanto emerge dalla ricerca realizzata dalla fondazione Symbola e da CNA. Le nostre sono il 25% delle Pmi esportatrici in Europa (le tedesche il 14,5%) e rappresentano ben il 90% del totale delle imprese manifatturiere esportatrici nel nostro Paese: uno dei volani dell’export nazionale, ed è importante il lavoro che il governo sta portando avanti per allargare il numero di Pmi che accede ai mercati esteri. Le piccole e medie imprese italiane danno il contributo più elevato al valore aggiunto prodotto in Europa dalle imprese manifatturiere fino a 50 addetti: il 22,1%. Contro il 18,5% di quelle tedesche; il 13,3% delle francesi; l’11,1% delle inglesi e l’8,9% di quelle spagnole.

Le piccole e medie imprese italiane si caratterizzano anche per un altro aspetto: la grande capacità di innovare. Spesso ciò accade anche senza il contributo delle politiche ma in base ad un processo di osmosi con il proprio territorio. Siamo il secondo paese in Europa, dopo la Germania, per numero di aziende (65.481 per la precisione) che, negli ultimi tre anni, hanno introdotto innovazioni di processo o di prodotto innalzando il livello qualitativo delle loro attività. E più dell’80% di queste aziende hanno meno di 50 addetti: segno incontestabile che, se esiste un ostacolo alla capacità di innovare, questo non sta nelle dimensioni. Le Pmi che crescono sono quelle che trovano la giusta sintonia fra territorio e comunità, saperi nuovi e antichi, ma anche grande capacità di innestarsi con le nuove tecnologie senza le quali si rimane tagliati fuori dal mondo. E oggi una delle infrastrutture più importanti è l’accesso al web, fosse l’entroterra sardo, le Murge pugliesi o la periferia estrema di Roma capitale. Di storie di artigiani e piccoli e medi imprenditori che riescono a inventarsi vie di uscita dalla crisi ce ne sono a centinaia. E le soluzioni di successo sono spesso in chiave green.

Solo per fare qualche esempio penso alla sartoria di Angelo Inglese, che continua a cucire camice nella sua Ginosa di Puglia pur vendendo in tutto il mondo; oppure alla sarda Edilana, un’azienda che ha recuperato la lana delle pecore per utilizzarla in materiali isolanti per bioedilizia. Potremmo parlare a lungo delle tante aziende innovative che lavorano nell’agricoltura di qualità o di quelle che sono all’avanguardia nella nuova manifattura digitale, nell’Hi-Tec o nelle nuove frontiere della ricerca. Penso, ad esempio, alla Kayser Italia di Valfredo Zolesi che da Livorno ha già collaborato ad oltre sessanta missioni nello spazio. Certo bisogna fronteggiare i nostri mali storici. Le Pmi sono esposte più di altri comparti alle criticità del nostro sistema paese. Una burocrazia spesso soffocante, la mancanza di infrastrutture, il Sud che perde contatto, e poi illegalità, corruzione e malaffare. Tutti fattori che incidono molto di più su una Pmi che su una grande azienda. Ma per fronteggiare questi pesanti fardelli è necessario sviluppare politiche di intervento che aiutino e sostengano il sistema delle piccole e medie imprese, che consentano loro di fare rete, di creare relazioni fruttuose con il loro territorio, con la cultura in cui sono immerse. Sempre secondo i dati del rapporto Symbola CNA, il nostro sistema, anche con le PMI, può essere in prima fila nella “riconversione verde” dell’economia europea e nella creazione di nuova occupazione: dalla fine del 2014, il 51% delle piccole e medie imprese italiane ha almeno un green job, più del Regno Unito (37%), della Francia (32%) e della Germania (29%). Non sembra, visti i problemi aperti in tante aree del paese, ma siamo anche campioni europei nell’industria del riciclo. Nella UE si avviano al riciclo 163 milioni di tonnellate di rifiuti industriali. L’Italia ha la quota più alta, 24,1 mln, contro i 22,4 della Germania; con un risparmio di 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno. E questo grazie anche a una fitta rete di Pmi che opera nel settore contribuendo alla crescita dell’economia circolare, una delle nuove frontiere dello sviluppo sostenibile.

Le Pmi, dunque, non sono un peso di cui liberarsi ma una delle vie di uscita dalla crisi in chiave green, in quanto tra le più adatte e versatili a mettere a frutto le virtù che in tanti al mondo ci riconoscono. La loro natura e la loro distribuzione su tutto il territorio gli consente di nutrirsi delle grandi risorse del nostro Paese: bellezza, qualità, mix equilibrato fra innovazione e tradizione. Tutti elementi che si riversano nei prodotti, che li rendono eccellenze nel mondo e che fanno della nostra economia qualcosa che può avvicinarsi a quella nuova economia a dimensione umana di cui parla Papa Francesco nella enciclica “Laudato Si’”. Non si esce dalla crisi nello stesso modo in cui si è entrati. Sviluppare un’adeguata politica di sostegno alle Pmi, indirizzandole sempre di più verso le green economy e la sostenibilità, vuol dire creare lavoro e ricchezza difendendo e valorizzando l’ambiente e il territorio. Significa dare forza al futuro, e aiutare l’Italia a fare l’Italia.

 

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