Esiste un solo finale di partita

Calcio
Carlo Tavecchio

Le parole di Carlo Tavecchio e la nostra incapacità di separarci da quest’uomo, eletto a una carica pubblica, presidente del calcio italiano

Una storia che si ripete è una storia ignorata o accettata. Se tocca riascoltare Carlo Tavecchio buffoneggiare con penosa banalità su ebrei e gay, dopo le sconcezze sui giocatori di colore, sulle donne handicappate per il gioco del calcio, e le marchette a suo vantaggio pagate dalla collettività (le 100mila copie del suo libro fatta acquistare dalla sua stessa Federazione) è perché questo Paese non è riuscito a separasi da quest’uomo, eletto a una carica pubblica, presidente del calcio italiano, rappresentante in patria e all’estero dello sport più popolare con 80 mila società. La Figc organizza l’attività di milioni di atleti e appassionati, in maggioranza giovani.

Uno Stato non può permettersi di convivere con Tavecchio senza uscirne diminuito. Per ragioni essenziali alla sua nobile esistenza e legittimità: lo Stato come titolare delle politiche che permettono un pieno diritto di cittadinanza. Se la legalità – più volte oltraggiata da Tavecchio, in una carriera piena di zone d’ombra – è il contorno di una comunità, la cultura ne è il concime. In questo lavoro i forti accumulano su loro stessi un maggiore senso di responsabilità. Fra queste, c’è anche quella di separare i fatti, le persone, le cariche, di marcare un territorio giusto, onesto, bello: da questo perimetro si autoesclude per biografia e linguaggio il presidente della Figc. L’accento non può restare sul modo in cui le ultime parole sono arrivate al pubblico: altra lacerazine del senso di comunità. Conta però il frasario di Tavecchio. Nel suo caso non è forma: è sostanza.

La più insopportabile ipocrisia sarebbe delegare al mondo del calcio (che lo ha eletto, conoscendolo) il compito di cambiare se stesso: non può farlo. Il gruppo di potere che governa il calcio scelse Tavecchio, a larga maggioranza, perché vive ai vertici del calcio di medesima inerzia, con la stessa impunità: far saltare l’uno significherebbe arrendersi ed essere travolti, subito. Sono scambisti e campioni d’intrallazzi, presentano bilanci fasulli e debiti. La loro debolezza è difesa da quella di Tavecchio: camminano a braccetto, sorreggendosi con affanno ma senza pudore né vergogna. La speranza è esclusa dalla stessa natura degli uomini che la incarnano. È un fortino di sabbia, ma non crollerà dall’interno. Serve un intervento esterno, il commissariamento sembra l’unico finale di partita intuibile. Serve un impeto di Coni o governo, con tutte le conseguenze del caso, che possono essere impopolari, con le sanzioni che egli organi di governo mondiale del calcio prevedono quando si va a violare l’autonomia delle Federazioni. Ma non può esistere calcolo con certi protagonisti perché non può esserci alcuna condivisione.

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