Erano democratici i tempi della Olivetti

Referendum
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La verità è che siamo un popolo di emotivi. Ci piacciono la Poesia e l’opera lirica e un po’meno la Prosa, ma quando c’erano i Padri Costituenti, Pertini, Berlinguer, la macchina da scrivere Olivetti, eh beh, era tutta un’altra cosa

Cari amici e compagni del No, è divertente questo dibattito a sinistra. Diciamo che è divertente la sinistra, ontologicamente. O sconfortante, a seconda dei punti di vis ta. In pratica succede questo: da una parte viene snocciolato il rosario dei nomi brutti brutti: Salvini, Berlusconi, Cirino Pomicino, e via dicendo.

Dall’altra si risponde per le rime: Alfano! Verdini! In qualche caso si cala l’asso nella manica: le Banche! I Poteri Forti! Il tema del contendere sarebbe un quesito tecnico-procedurale sottoposto a referendum, ma è troppo noioso entrare in un merito specifico del quale sono giustamente stufi anche i costituzionalisti.

Ecco quindi che la questione diventa: «Renzi è arrogante!» «E D’Alema invece?», «Spostiamo l’asse a sinistra!», «Volete vendicarvi dei vostri fallimenti!», e così via. Da una parte e dall’altra l’accusa principale è quella di «alimentare la deriva populista».

Così secondo alcuni la vittoria di Trump dovrebbe convincere a votare No, secondo altri invece è evidente che l’ascesa alla Casa Bianca del miliardario pazzo e arrapato dovrebbe essere l’ennesimo buon motivo per votare Sì. La verità è che siamo un popolo di emotivi. Ci piacciono la Poesia e l’op era lirica e un po’meno la Prosa.

Pensavamo che fosse una prerogativa delle persone di sinistra, sognatori ipersensibili, anime fragili e suggestionabili, ma adesso ci accorgiamo che la questione è più ampia, sono così tutti gli italiani, anzi è una questione appunto planetaria. Il mondo infelice, spaventato, frustrato reagisce «con un gigantesco vaffanculo», come ha spiegato bene, nel commentare le vicende americane, uno dei più grandi esperti in materia: l’ex comico che guida quella che ad occhio e croce sarà la formazione politica che vincerà le prossime elezioni in Italia.

Poi vedremo cosa succederà: decresceremo, felicemente o meno, ma intanto ci siam tolti un peso dallo stomaco. Di governare non se ne parla. Vorrebbe dire far la fatica di venire a patti con le cose noiose e reali, prendersi almeno qualche responsabilità, affrontare problemi complessi e pallosi da spiegare. Governare, ovvero l’arte del possibile, fosse anche solo per limitare i danni. Facciamo un gioco, immaginiamo la prima cosa che capita a chi si siede a Palazzo Chigi, chiunque egli sia, Renzi, Bersani, Di Maio o Pinco Pallino: entra un dirigente dell’Inps dal volto scurissimo che spiega, con voce bassa e grave, la situazione dei conti pubblici e che lo Stato potrà pagare le pensioni soltanto fino al giorno tot, ovvero una data molto prossima.

Ed ecco che l’inquilino di Palazzo Chigi, chiunque egli sia, anche un purissimo antipolitico, se non vuole passare alla storia come quello che ha sancito la bancarotta del proprio Paese, dovrà correre a destra e a manca per convincere quella cosa misteriosa che si chiamano i mercati che non devono aver paura, devono investire, fare, costruire, intraprendere, dare lavoro, e che lui farà tutte le leggi possibili per agevolarli. E dovrà andare a cercar risorse dappertutto, come un matto, senza andare troppo per il sottile, prima che crolli tutto. Poi insieme al ministro dell’Economia dovrà cercare di capire se questi annunci e questi provvedimenti abbiano prodotto un qualche effetto, altrimenti dovrà tagliare e ancora tagliare e spiegare ai più giovani che, cucù, il lavoro non c’è più, cioè ci sono al massimo i servizi, le prestazioni, quelle cose che non vengono pagate con uno stipendio ma coi voucher.

Insomma la politica, una volta che è finita la propaganda, che si sono chiuse le urne, in quello che dovrebbe essere il suo esplicitarsi fisiologico, cioè il governo, va inevitabilmente a impattare con la ruvidezza dolorosa, crudele, insopportabile della realtà, che si è peraltro di molto complicata in questi nostri tempi feroci. Per questo noi intanto preferiamo divertirci col nostro dibattito, parlando appunto d’altro, e lasciandoci confortare volentieri dalla nostalgia, che quella sembra funzionare sempre, mette tutti d’accordo ed è gratis.

Perché quando c’erano i Padri Costituenti, Pertini, Berlinguer, la macchina da scrivere Olivetti, eh beh, era tutta un’altra cosa. Ritrovata l’unità nel sentimento struggente di rimpianto del passato ci serve una battaglia comune, che ci unisca, un bell’allarme democratico, un mostro che ci fa bau bau, cosicché, spaventati, inquietati e allarmati, possiamo stringerci tutti insieme senza se e senza ma in un’alleanza che sarà messa in discussione esattamente il giorno dopo un’eventuale vittoria elettorale. Perché, si sa, le questioni «sono ben altre». Buon lavoro e buona sinistra, cari amici e compagni che voterete contro la riforma. E buoni festeggiamenti per la vittoria del No, che per istinto da sceneggiatore cinematografico di film italiani, tenderei a dare per scontata e matematica. Perché il bello nostro è che siamo fatti proprio così.

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